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La Formula 1 da riscoprire: Joakim, Ronnie e Gunnar, la spoon river dei piloti svedesi

Trionfi e lutti. Bonnier morì a Le Mans, Peterson e Nilsson poco dopo un podio a Zolder. il primo dopo un incidente a Monza, il secondo non ancora 30enne per una terribile malattia

Non bisogna farsi ingannare dagli oltre cento Gran premi corsi da Stefan Johansson, che pure per due anni, il 1986 e il 1987, fu al volante di una Ferrari. Sono soltanto tre i piloti svedesi ad avere vinto una gara di Formula 1: Joakim Bonnier, Ronnie Peterson e Gunnar Nilsson. Il primo perse la vita nel 1972, nel corso della 24 ore di Le Mans, gli altri due morirono sei anni dopo, a poco più di un mese di distanza: un 1978 tragico per il mondo dei motori e ancora di più per il Paese scandinavo, che non avrebbe più sfornato talenti del genere, con l’eccezione proprio di Johansson, capace di salire per dodici volte sul podio ma mai sul gradino più alto.

E se, negli anni ruggenti del Circus, la disgrazia in pista era purtroppo quasi una costante («Quando uscivo di casa al giovedì mi chiedevo se la domenica sarei tornato» ci raccontò un giorno il due volte campione del mondo Emerson Fittipaldi, tra l’altro grande amico di Peterson), lascia attoniti il triste primato di Nilsson: è l’unico pilota nella storia della Formula 1 stroncato da una malattia mentre è ancora in attività.

Ronnie nasce nel 1944 a Orebro, Gunnar quattro anni più tardi, più di 400 chilometri a sud, a Helsingborg, proprio di fronte alla Danimarca. Nilsson è uno svedese atipico: ha i capelli e gli occhi scuri. La sua è una famiglia molto ricca, che non lo ostacola nella corsa verso il successo, anche se lo avrebbe voluto al timone dell’azienda di costruzioni: è intelligente e colto, parla cinque lingue, benché sia piuttosto schivo. Appena approda in Inghilterra, nel 1973, vince i titoli britannici di Formula 3 e di Formula Atlantic. Diventa amico del connazionale, che è già una stella del firmamento della Formula 1: Ronnie esplode nel 1971 con la March e nello stesso 1973 vince quattro Gp e si piazza al terzo posto della classifica generale, su Lotus. Insomma, gli svedesi volanti sono diventati due. E non sono rallysti, come magari la logica pretenderebbe viste le loro origini.

Nel 1976 Ronnie Peterson lascia – non senza polemiche, peraltro – la Lotus ma è anche grazie alla sua intercessione che Colin Chapman, il proprietario della scuderia britannica, tra una folta schiera di candidati si orienta proprio su Nilsson. Che, con una monoposto ormai superata, lo ripaga con un paio di terzi posti e tante buone prestazioni che gli fanno meritare la conferma per l’annata successiva. Il 5 giugno del 1977 a Zolder si corre il Gp del Belgio ed è una data importante per la Formula 1 e per gli amanti delle statistiche: per la prima e unica volta nella storia due piloti svedesi salgono contemporaneamente sul podio. Sul gradino più alto c’è Gunnar, su quello più basso Ronnie. Con loro l’austriaco Niki Lauda, piazzatosi al secondo posto con la Ferrari e destinato a fregiarsi del titolo di campione del mondo per la seconda volta con la Rossa dopo il 1975. Piove e le immagini di repertorio mostrano i due amici svedesi duellare senza esclusione di colpi sul tracciato bagnato per festeggiare con lo champagne dopo avere tagliato il traguardo: due ragazzi felici, ovviamente inconsapevoli del brutto destino al quale stanno andando incontro.

Il 1978 è alle porte e Nilsson è pronto per una nuova avventura: trova l’accordo con il team Arrows, che non nasconde le proprie ambizioni pur essendo neonato. Ma succede l’imprevedibile: gli viene diagnosticato un cancro, che lo costringe a una serie di cure assai invasive. Non salirà mai più su una monoposto (al suo posto viene ingaggiato in fretta e furia il tedesco Rolf Stommelen), lo si rivede ai box solo in occasione del Gp di Gran Bretagna, a luglio. Le foto scattate al circuito ce lo mostrano sorridente, mentre parla con l’amico Ronnie, che nel frattempo è tornato alla Lotus, ma è soltanto la forza d’animo a spingerlo: ha perso una trentina di chili e i suoi capelli neri sono soltanto un ricordo, spazzati via dalla chemioterapia. Ma combatte come un leone. Per sé e per chi ha il suo stesso tremendo problema. Pone le basi per una fondazione per la ricerca sul cancro che oggi porta il suo nome, la “Nilsson Cancer Foundation”, mentre le condizioni di salute vanno via via peggiorando: dai testicoli il male si è propagato ai linfonodi.

L’11 settembre, per le conseguenze di un tragico incidente sulla pista di Monza, muore Ronnie Peterson: operato per la riduzione di alcune fratture causate dalla carambola tra monoposto al via il campione viene tradito da un’embolia e non si risveglia più. Divampano le polemiche sia per la dinamica che ha portato allo scontro tra più vetture sia per le modalità dell’intervento chirurgico al quale viene sottoposto il pilota, ma la dura realtà è una soltanto: a 34 anni se ne va un padre di famiglia, nonché fenomeno delle quattro ruote. È allo stremo delle forze ma Gunnar non vuole mancare al suo funerale e si fa imbottire di anti-dolorifici pur di partecipare alla mesta cerimonia, che si celebra a Orebro. E anche in questo caso sono le immagini a parlare più di ogni altra cosa. Emerson Fittipaldi, Jody Scheckter, James Hunt e Niki Lauda, insieme con un altro paio di colleghi, trasportano la bara dello sfortunato asso delle quattro ruote e dietro di loro si scorge un uomo calvo e debilitato seppur dai lineamenti ancora giovanili: è Nilsson, in quella che sarà una delle sue ultime apparizioni in pubblico.

Gunnar muore il 20 ottobre, a neanche trent’anni di età (li avrebbe compiuti esattamente un mese più tardi), nella sua Helsingborg, circondato dall’affetto dei suoi familiari. Prima di andarsene per sempre si prodiga in un’iniziativa che commuove il mondo: consapevole di avere i giorni contati scrive una lettera ai numerosi amici invitandoli a donare soldi per la ricerca contro il cancro. Un gesto nobilissimo che fa di lui un eroe sfortunato.