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Il veleno del vescovo che non fu premiato

“Il Papa deve dimettersi”, tuona l’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Ma nessuno dei 5.200 vescovi al mondo può chiedere al pontefice di farsi da parte. Tantomeno Viganò, l’ex nunzio di Washington promosso da Ratzinger nel 2011 dopo che aveva accusato l’allora segretario di Stato Tarcisio Bertone di malaffare in Vaticano. L’ex nunzio sa che la sua iniziativa non produrrà effetti oltre al clamore mediatico. In realtà la lettera di Viganò apre altri scenari, che puntano a complicare la vita di Bergoglio.

Non è azzardato immaginare che le richieste di dimissioni siano nate per altri motivi, legati alle frustrazioni di Viganò dopo l’esperienza alla nunziatura Usa, da dove gli ex nunzi in genere spiccano il volo per il cardinalato. Ma Francesco non ne ha tenuto conto. E quando, al compimento dei 75 anni, nel 2016, Viganò si dimise da nunzio, venne invitato a lasciare tutte le altre cariche in Vaticano e persino l’appartamento, per rientrare a Milano.

Un affronto per il vescovo che però rimase a Roma avvicinandosi ad ambienti ostili al Papa. Facile immaginare ad esempio le cordate tradizionaliste nate intorno ai 4 porporati dei Dubia, contrari alle aperture pastorali di Francesco sulla famiglia, guidati dal cardinale Burke, arrivato persino ad adombrare accuse di eresia al Papa. Quello di Viganò suona come un tentativo

di sfregio, che però potrebbe suscitare le attenzioni della Penitenzeria apostolica, il dicastero che giudica di Delicta Graviora, i grandi peccati commessi dai prelati, comprese le offese al papa. «E Viganò lo sa» avvertono dal Vaticano. –

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