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Liberare le strade dal traffico è nel pubblico interesse

L'opinione

Requiem per i morti. Per quelli di oggi a Genova, oltraggiati fino all’ultimo dal vergognoso frastuono degli indignati seriali. Per quelli di ieri sui tanti ponti crollati, dalla Lombardia alla Sardegna, dalla Liguria alle Marche, quasi sempre rimasti senza giustizia. E anche per quelli di domani, purtroppo: altre tragedie presenteranno il loro barbaro conto, scortate da altre inutili, volgari, squallide polemiche.

E di nuovo tracimeranno i professionisti del giorno dopo, quelli che adesso diffondono foto a nastro di manufatti a rischio e impartiscono lezioni. Ma la verità, nuda e cruda è che su un milione e mezzo di ponti italiani, 60mila sono monitorati; quasi tutti, costerebbe meno demolirli e rifarli che spendere nella manutenzione; però restano lì, in lista d’attesa per lutti futuri. In tutto questo delirio, rimane una domanda di fondo che nessuno sembra porsi: non c’è forse un intero sistema pesantemente lesionato, e che avrebbe bisogno di essere non puntellato, ma rifatto?

In concreto: quante altre tragedie, vittime, somme di denaro ci vorranno, prima di mettere mano davvero a quella politica di togliere traffico dalle strade di cui si blatera da decenni? E fino a quando i corposi interessi privati continueranno a prevalere su quelli pubblici?

I dati parlano da soli: oggi in Italia tre quarti delle merci viaggiano su asfalto, solo il 18 per cento su binario, appena il 6 via acqua; ed è un trend in continuo aumento. Non parliamo dei passeggeri: dei 29 milioni di italiani che si muovono ogni giorno, solo un sesto prende il mezzo pubblico; quasi sempre non per scelta, ma per necessità.

Dietro a questo squilibrio stanno logiche perverse: a partire da quella di un rapporto con le concessionarie autostradali che aggancia i rinnovi delle concessioni ai progetti di nuovi lavori. Incentivando a far lievitare l’asfalto. “La compagnia del casello”, è stata definita questa confraternita di 25 membri. Che gode di una redditività annua sui capitali superiore all’8 per cento; e che negli ultimi otto anni ha visto i ricavi salire del 20 per cento, da 4,7 a 5,7 miliardi, malgrado il traffico sulla rete sia sceso del 3 per cento.

In teoria della durata di 15 anni, le concessioni finiscono per diventare pressoché perpetue, anche grazie a una leggina che consente alle società con lavori non terminati una proroga fino a che i cantieri non saranno chiusi: c’è chi ne usufruirà fino al 2030, qualcuno addirittura fino al 2050. Ed è di un paio di giorni fa la notizia dell’apertura di un’indagine della Corte dei Conti proprio su queste proroghe, spesso attuate in violazione dei principi di diritto europeo.

Costa passare dalla strada al binario, è la replica corrente: quanto ci stanno costando le dieci, cento, mille Genove italiane? Ma soprattutto, chi ci guadagna, e quanto, a non farlo? I vivi, ma soprattutto i morti, aspettano una risposta. – BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISE