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Il tesoro di Viale Mazzini e le nobili promesse tradite


Immaginate una grande catasta di carta che frana su un’azienda quasi paralizzandola. Tocca alla Rai di oggi, la maggiore azienda culturale pubblica, sepolta sotto la catasta di leggi che le forze politiche del più diverso colore, maggioranza dopo maggioranza, hanno accumulato su di essa. Non per gestirla meglio nell’interesse generale. Bensì per asservirla meglio a interessi di parte, per non modernizzarla, soprattutto per non farne una azienda pubblica autonoma modello Bbc.

Matteo Renzi ave ...

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Immaginate una grande catasta di carta che frana su un’azienda quasi paralizzandola. Tocca alla Rai di oggi, la maggiore azienda culturale pubblica, sepolta sotto la catasta di leggi che le forze politiche del più diverso colore, maggioranza dopo maggioranza, hanno accumulato su di essa. Non per gestirla meglio nell’interesse generale. Bensì per asservirla meglio a interessi di parte, per non modernizzarla, soprattutto per non farne una azienda pubblica autonoma modello Bbc.

Matteo Renzi aveva ereditato dai governi Berlusconi una Rai gravata dalla legge Gasparri impostata sostanzialmente per favorire Mediaset, azienda invecchiata, che ha successo ancora con l’archeo-tv di Amici della De Filippi, Striscia la notizia, Paperissima, e via elencando. Con ascolti generali sotto il 32% sia durante la giornata sia in prima serata. Ma con introiti pubblicitari “agevolati” oltre i 2,1 miliardi di euro. Un’azienda che si può vendere soltanto con questa formidabile dote, al di là degli ascolti reali.

La Rai raccoglie 5 punti percentuali in più nel Day Time e 7 in più nel Prime Time. Ma incassa dalla pubblicità poco più di 1/3 di Mediaset. In parte è giusto fruendo di un canone che è il più basso in Europa, ma che, pagato con la bolletta elettrica, frutta circa 2 miliardi di euro. Con l’evasione al 30 % del vecchio canone, incassava un bel po’ di meno. Quindi una Rai più pasciuta in fondo e però senza garanzie di sorta sul piano dell’autonomia politica.

Infatti, se la legge Gasparri la incatenava ai partiti, la legge Renzi-Giacomelli l’ha asservita al governo e ai partiti. Tutti (meno Berlusconi, onestamente) hanno promesso di “liberarla” da queste catene creando una Fondazione inattaccabile di stile europeo con dei garanti scelti dal presidente della Repubblica e dai presidenti delle Camere. E tutti, da Renzi a Di Maio, hanno subito tradito questa nobile promessa, puramente verbale, preferendo “usare” la Rai. Il presidente della Camera, Raffaele Fico, ha esortato il nuovo CdA ad essere «autonomo». Ma ci è o ci fa? Non sa che l’hanno nominato Lega e 5 Stelle?

La candidatura di Marcello Foa alla presidenza è stata penosamente bocciata in Vigilanza col “no” decisivo di Forza Italia. Non perché Berlusconi sia un sostenitore dell’autonomia Rai, ma perché non può accettare a Viale Mazzini una spartizione di cariche a suo danno. Che domani porrebbe a rischio il “tesoro” di 2 miliardi in pubblicità “garantito” dalla Gasparri. E cosa può opporre il Pd che sul corpo della derelitta Rai ne ha combinate parecchie facendo nominare il super-direttore generale (in seguito silurato, Campo Dall’Orto), l’uomo solo al comando, a Palazzo Chigi? Una storiaccia, diciamolo pure, sulla pelle degli italiani. Che del resto se la meritano: il canone tv (ritenuto in Paesi meno ignoranti un pilastro dell’autonomia) è la tassa “più odiata” da loro. Che poi però spendono di più - 2,3 miliardi - in abbonamenti Sky. Povera Italia, dove vai? —

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