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Spread e tasse: sanno di antico i segnali del cambiamento

Seduta in Parlamento

L'opinione

A cinque mesi esatti dalle elezioni politiche, e a poco più di due mesi dal giuramento del governo, non sappiamo ancora con quali risorse i due partiti di maggioranza attueranno il loro programma economico. Ieri, alla vigilia del vertice governativo su Def e manovra, l’attenzione collettiva era ancora monopolizzata dai soliti tweet del ministro degli Interni, dalla Rai, dalla legge Mancino.

Nelle stesse ore però il differenziale del rendimento tra i titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi sfiorava i 260 punti: nell’estate del 2011 sullo spread cadde un governo, quest’anno il tormentone spread è uscito dalle hit parade, parliamo d’altro. Sulla disattenzione collettiva, c’è poco da dire, se non lodare la finora efficace macchina di propaganda del governo, agevolata dalla quasi totale assenza di opposizione. Eppure proprio il disagio economico e sociale, a detta di molti, spiega perché Lega e M5S hanno vinto le elezioni e l’establishment le ha perse.

Di qui la necessità di dare un segnale, subito, anche sull’economia, dopo i rinvii di questi mesi. E i segnali come al solito sono tre: riduzione fiscale con la flat tax (Lega), aiuto ai più deboli con il “reddito di cittadinanza” (M5S), tenuta dei conti (Tria). Quest’ultimo ha sottolineato ieri in una nota che l’avvio delle riforme è compatibile con gli obiettivi di bilancio. Dove la parola chiave è “avvio”: si partirà a piccoli passi, probabilmente con una flat tax limitata ad alcune categorie e una estensione dell’attuale reddito di inclusione sociale.

Ma anche questo “antipasto” ha un costo: l’aumento della spesa per interessi (l’impennata dello spread ha già fatto lievitare la previsione di spesa di 4 miliardi); i 2,5 per compensare l’effetto della minore crescita; più i famosi 12,2 miliardi da trovare per evitare l’aumento dell’Iva. Se la maggioranza avesse affrontato subito il nodo Iva, avrebbe adesso più fiato per passare alla “sua” manovra.

Invece ha ritenuto più urgente dedicarsi ai piccoli ritocchi: contratti a termine più costosi, un po’ di voucher, le indennità per i licenziamenti. Come cambiare la carta da parati, mentre le fondamenta scricchiolano. Perché concentrarsi su interventi di contorno invece che sulla struttura? Un’ipotesi è che si conti di poter coprire tutta la manovra aumentando il deficit, sia pure senza sforare il 3% e dunque senza incorrere nell’immediato nelle procedure di infrazione europee.

Ma, come si è visto, questo espone in modo pericoloso al giudizio dei mercati, che viene prima di quello di Bruxelles. Non si teme che, al ritorno dalle vacanze, scoppi il finimondo? Un cattivo pensiero può far capolino: che sia esattamente quello che qualcuno nella maggioranza si augura, per incolpare forze esterne ostili del boicottaggio del cambiamento.

Ma poiché i due vicepremier amano parlare semplice, ricordiamo la regola di chi non vuole cadere preda del giudizio dei propri creditori: cercare di non averne sempre più bisogno.