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La cultura dell’intolleranza e la grancassa del razzismo

Matteo Salvini

L'opinione

Tredici atti di violenza in meno di due mesi – due segnalati solo ieri – sono pochi o sono troppi? Valgono un allarme razzismo o rientrano, per così dire, nella normale amministrazione? È davvero sconsolante veder ridurre ad arida contabilità la nuova aria che si respira. Specie se parallelamente arriva anche la proposta di cancellare la legge Mancino del ’93 che punisce atti razzisti e fascismi risorgenti. Come ha chiesto un ministro leghista del governo in carica.

Razzismo e intolleranza vi ...

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Tredici atti di violenza in meno di due mesi – due segnalati solo ieri – sono pochi o sono troppi? Valgono un allarme razzismo o rientrano, per così dire, nella normale amministrazione? È davvero sconsolante veder ridurre ad arida contabilità la nuova aria che si respira. Specie se parallelamente arriva anche la proposta di cancellare la legge Mancino del ’93 che punisce atti razzisti e fascismi risorgenti. Come ha chiesto un ministro leghista del governo in carica.

Razzismo e intolleranza vivono di gesti e di parole. In quanto ai primi, ci sono gli atti espliciti, e rivendicati; e quelli spacciati per ragazzate, bravate, per ottenere comprensione o perdono. Eppure, lo si voglia o no, tali azioni nascono dalle stesse pulsioni di violenza e di razzismo che a seconda delle stagioni la società condanna, tollera o favorisce. In fondo anche il bullismo o il nonnismo, che apparentemente non c’entrano niente con le vicende di cui parliamo, sono assimilabili a un genere di discriminazione che appartiene a una stessa cultura dell’intolleranza. Insomma, ognuno di questi atti andrebbe comunque condannato, letto come segno di un’incultura facile preda di disvalori.

Evitando facili assoluzioni («Uova, non pallottole!») o polemiche odiose («È stato il figlio di un consigliere comunale del Pd»). Poi ci sono le parole, Twitter e Facebook. Che diffondono paure, incitano a reagire. Un rumore di fondo che finisce per alimentare, e di fatto motivare, ognuna di quelle azioni. A inizio anno, per esempio, il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, Lega, si è chiesto «se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o se devono essere cancellate». Si vuole una risposta, si invocano azioni.

Poi per giustificarsi ha tirato in ballo la Costituzione, che però parla di razza proprio per condannare ogni discriminazione: ma questo non l’ha detto. Anche le politiche del ministro Salvini, motivate con l’idea di un paese in pericolo per la «invasione» dei migranti e propagandate con la grancassa, concorrono a provocare eccessi e malintesi. Se a questo si aggiunge poi l’impunità, il cerchio si chiude. Anzi, ogni violenza produce nuove restrizioni con la scusa della causa che li avrebbe provocati.

Come con la legge Mancino che già nel 2014 la Lega voleva sottoporre a referendum: chiederne l’abrogazione nel 2018, a ottant’anni dalle leggi razziali, certo non vuol dire essere razzisti, ma già solo annunciarlo di fatto giustifica ogni atto di violenza.

A mettere in fila ognuna di queste decisioni, spesso provocazioni, si ha l’impressione che il nuovo potere gialloverde sia tenuto insieme da un’unica missione: demolire l’insieme di valori e di regole che hanno rappresentato per settant’anni le diverse culture politiche del Paese. Difese dalla Costituzione, non a caso oggetto di continui assalti, e dai suoi riti istituzionali, di fatto rifiutati. Pensano a un altro Paese. Ma non ci dicono quale. BY NC ND ALCUNI DIRI