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Il ministro che sparge paura e dimentica la nostra storia

Il ministro degli Interni è stato nella storia d’Italia un personaggio per lo più rassicurante, specie quando il Paese ha dovuto attraversare tragedie come il terrorismo o comunque crisi gravi: penso...

Il ministro degli Interni è stato nella storia d’Italia un personaggio per lo più rassicurante, specie quando il Paese ha dovuto attraversare tragedie come il terrorismo o comunque crisi gravi: penso a Taviani, a Rognoni, a Scalfaro, a Fanfani, a Napolitano. Lo stesso Alfano non spaventava. Su Marco Minniti i giudizi sono controversi, però dava la sensazione di una guida sicura.

Del resto il Viminale è anche un Ministero della sicurezza interna. Matteo Salvini non rassicura, anzi sparge paura, parole che sono fatte per dividere un Paese che si è trovato a dover affrontare una forte (non la più forte, come sostiene la Lega) corrente di immigrazione dall’estero, senza aver metabolizzato la ben più colossale immigrazione da Sud a Nord né certi giudizi dell’800 sulla inferiorità della “razza” meridionale.

Dal 1946 ben 17 milioni di italiani poveri sono partiti dalla collina, dalla montagna, dalla campagna del Sud per stabilirsi nelle regioni industriali del Nord. Dove hanno dovuto patire forme pesanti e durevoli di discriminazione e di esclusione. Ricordo, ancora durante l’“autunno caldo” del ’69, i cartelli sui condomini: “Non si affitta ai napoli”. Cartelli che non ho notato a Milano, ma, per esempio, a Sesto San Giovanni, dedicati ai “terroni”.

Ho riletto di recente alcuni libri sugli anni del “boom” come “Il calzolaio di Vigevano” di Lucio Mastronardi, di origine lucana, un ritratto durissimo dell’integrazione meridionale nella città della scarpa, lavoro a domicilio da sfiancare, case sovraffollate, canoni di affitto esosi, con un continuo, ossessivo “laurà, laurà, laurà par fà sü i dané”.

Ricordo l’ondata immigratoria rovesciatasi su Torino all’annuncio dell’apertura della fabbrica della “128” a Rivalta, pochi km da piazza San Carlo: 56.000 immigrati censiti in Comune fra luglio e agosto. In certi reparti Fiat i meridionali erano l’80% degli occupati e la Juve acquistava calciatori-simbolo meridionali: i siciliani Furino e Anastasi, i pugliesi Causio e Brio, il sardo Cuccureddu, ecc.

Il marchese Massimo D’Azeglio (1798-1866), politico peraltro moderato, annotava: “In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura, è come mettersi a letto con un vaioloso”. Non ricorda il coretto leghista intonato pochi anni fa dallo stesso Salvini: “Senti che puzza, scappano anche i cani, sono tornati i napoletani, sono colerosi e terremotati, con il sapone non si sono mai lavati”. Sembra quel dirigente dell’Asl di Teramo che ha mandato un senegalese dal medico degli animali, il veterinario. Molti meridionali ormai inseriti, con sofferenza, al Nord, come gli stranieri più integrati, votano Lega e denunciano il pericolo di nuovi

afflussi insostenibili. Un po’ come i loro avi emigrati nelle Americhe e lesti a farsi “proteggere” contro i nuovi venuti. Ma così il razzismo non finisce proprio mai. Specie se lo fomentano ministri che dovrebbero invece “rassicurare”. —

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