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Governo

I calcoli sbagliati della maggioranza pentaleghista

L'opinione

La divisione del lavoro, all’interno della maggioranza pentaleghista, era chiara fin dalle trattative per il “contratto” di governo. E poi, ancor più, nella spartizione dei ruoli nell’esecutivo giallo-blu. In particolare, nei ruoli assegnati ai due leader di partito, nel nuovo assetto vice-presidenziale. Essa, tuttavia, nasce da una lettura “semplificata” – forse semplicistica – del risultato del 4 marzo, che può rivelarsi insidiosa per entrambi i contraenti del patto di governo.


Salvini “agli interni” serviva a rimarcare l’attenzione sul tema dei migranti: più precisamente, l’intenzione di alzare un muro contro gli sbarchi incontrollati. Di Maio “al lavoro” richiamava, invece, l’impegno sul fronte della dis-occupazione. La stessa geografia dell’Italia giallo-blu, del resto, con la sua divisione Nord/Sud, sembrava suggerire l’esistenza di due specifici percorsi per la formazione del consenso verso i maggiori partiti. Da una parte, una frattura sviluppatasi attorno alla questione della presenza straniera.

Dall’altra, una frattura di tipo economico, legata alle situazioni di maggiore disagio e, quindi, alle politiche sul lavoro e di assistenza.


Tale lettura, sebbene colghi “una parte” della realtà disegnata dal risultato elettorale, non la esaurisce. Perché l’immigrazione è una questione nazionale. Perché il malessere economico continua ad attraversare la penisola, seppur assumendo dei contorni (e una intensità) diversi, in diverse aree del paese, e associandosi a domande diverse.

La Lega, alle Politiche 2018, è tornata a fare il pieno dei voti nell’Italia delle imprese: piccole e medie, che nel 2013, in larghissima parte, aveva rivolto le proprie attenzioni (e i propri suffragi) al M5s. Un’Italia che continua a esprimere dinamismo economico, ma che a sua volta ha sofferto (e continua a soffrire) gli effetti della crisi. Un’Italia che, in attesa dei provvedimenti sulla riduzione fiscale, si oppone al dl dignità, accusando la Lega di avere lasciato il campo libero, su questo terreno, al M5s (più precisamente, alla sua anima “di sinistra”): «in cambio di qualche barcone in meno», ha attaccato in settimana il Presidente di Assindustria Venetocentro.


Ma i dossier caldi, sui tavoli del governo, sono tanti – tra questi, quelli dedicati a Tav, Tap, Ilva –, destinati a diventare ancora più caldi nel percorso che porta alla prossima Legge di stabilità. E molti contengono evidenti elementi di tensione tra il progetto leghista e quello pentastellato. Oltre a una tensione, tutta interna al M5s, tra la componente protestataria (delle origini) e la realpolitik imposta dal nuovo ruolo di governo.
La divisione del lavoro nella maggioranza pentaleghista nasconde,

dunque, insidie per entrambi gli alleati. Ma, in fondo, appare più rischiosa per il M5s, che potrebbe vedere ulteriormente indebolito il suo profilo pigliatutti, alienandosi i consensi di settori della società che comunque in passato hanno guardato con interesse al partito Di Maio. —

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