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L’angusta parabola del Contratto e del Professore Tria

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Le conseguenze economiche del professor Tria segneranno il destino del governo gialloverde. Be’, è un’ovvietà, direte voi. In buona parte sì, ma più si avvicina la fatidica data in cui sarà necessario spedire a Bruxelles il testo della legge di stabilità – il 15 ottobre, e con agosto di mezzo è come se fosse dopodomani – più le teorie, le fantasticherie e le previsioni devono fare i conti con la realtà. Per il ministro dell’Economia preferito in extremis all’europolemico Paolo Savona, la vita non è facile.

Gradito al Quirinale e benedetto da Draghi, il povero Tria sta cercando di conciliare le mirabolanti promesse del Contratto di governo con i vincoli europei. Ma l’impresa è ardua, anche perché i due firmatari Salvini & Di Maio non sembrano disposti a mediare, e nemmeno ad aprire una discussione sui tempi di approvazione dei provvedimenti promessi: «Con loro c’è incomunicabilità», si è lasciato scappare Tria. Ognuno per la sua strada.

Certo, nella storia patria non c’è stato guardiano dei conti pubblici che non si sia scontrato con ministri e premier: Padoa Schioppa, Tremonti, lo stesso Padoan. Stavolta però la questione è più delicata, e non solo perché la leadership è stata conquistata da chi mal digerisce le direttive di Bruxelles, ma anche perché è prossima la fine del “quantitative easing”, il generoso piano di acquisto di titoli pubblici da parte della Bce che ha finora raffreddato e occultato la crisi del debito e della scarsa crescita. Tanto da scomodare Sergio Mattarella che si sta adoperando perché non ci siano strappi dolorosi con la Commissione europea: in fondo la nomina di Tria è una sorta di garanzia, di salvacondotto per il buon cammino del governo.

Però più ci si avvicina alle scadenze finanziarie, più si allarga il solco tra la filosofia del Contratto gialloverde e quella del ministro. Il documento sul quale il governo è nato, infatti, punta quasi tutto sull’aumento della spesa per consumi: flat tax e reddito di cittadinanza significano in sostanza più soldi in tasca agli italiani; il professore, e con lui molti economisti, preferirebbero invece un pacchetto di investimenti pubblici capace di generare un consistente gettito fiscale, utile a finanziare il Contratto.

Insomma, se proprio si deve aumentare il deficit, meglio opere concrete. Ma bisogna scegliere gli interventi giusti e poi aspettare prima di sventolare le bandiere care a Salvini & Di Maio. E qui nascono i contrasti. Intendiamoci, non è agevole nemmeno il piano Tria.

Solo a parlare di “investimenti in deficit”, i guardiani di Bruxelles storcono il naso. Semplicemente perché patto di stabilità e fiscal compact già prevedono una certa flessibilità a fronte di investimenti pubblici, e in passato l’Italia ne ha largamente approfittato, solo che poi non ne ha fatto nulla, o per incapacità o per mancanza di volontà. Come si vede, la trattativa sarà lunga e complessa. Ma prima il governo dovrebbe chiarirsi le idee e parlare con una voce sola.

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