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Il perenne riallinearsi del servizio pubblico alla politica

L'opinione

Nel 1993, in piena Tangentopoli, prese forma la Rai dei professori, con il bocconiano Dematté alla presidenza: durò poco, fino alle elezioni vinte da Berlusconi e Lega. Nel 2012 un altro bocconiano, Monti, provò a riportare la politica fuori dalla tv pubblica, pescando Tarantola e Gubitosi dal sistema bancario. Per il resto il settimo piano di viale Mazzini ha sempre avuto inquilini riconducibili a qualche partito e, prima dell'ultima riforma, addirittura un cda diviso ufficialmente in quote ...

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Nel 1993, in piena Tangentopoli, prese forma la Rai dei professori, con il bocconiano Dematté alla presidenza: durò poco, fino alle elezioni vinte da Berlusconi e Lega. Nel 2012 un altro bocconiano, Monti, provò a riportare la politica fuori dalla tv pubblica, pescando Tarantola e Gubitosi dal sistema bancario. Per il resto il settimo piano di viale Mazzini ha sempre avuto inquilini riconducibili a qualche partito e, prima dell'ultima riforma, addirittura un cda diviso ufficialmente in quote Cencelli: il massimo della trasparenza, ma anche il minimo dell'indipendenza.

Negli ultimi 25 anni si sono alternate molte maggioranze, e più o meno con la stessa frequenza sono cambiati i vertici Rai; alcuni problemi, però, sono rimasti, su tutti il rispetto di quel servizio pubblico e di quel pluralismo che segnano l'identità della televisione di Stato. Invece di restare se stessa, l'azienda si riallinea ogni volta alla nuova linea politica: anche i muri dei corridoi, un tempo renziani di ferro, oggi sono legastellati e domani chissà. Il controllo della politica sulla Rai, insomma, è solo una faccia della medaglia: l'altra è la soggezione della tv pubblica alla politica stessa, così radicata da entrare non solo nella scelta dei contenuti ma persino dei nomi di giornalisti, conduttori e personaggi dello spettacolo.

"Via i partiti dalla Rai" è stato, negli ultimi anni, pure lo slogan dei Cinquestelle, che nel 2015 proposero una composizione del Cda per sorteggio e poi vi mandarono, in quota propria, Freccero anziché uno yes man. Ora, con la nomina dell'ad Salini, hanno tenuto fede all'approccio: un professionista difficilmente etichettabile e conoscitore del prodotto.

È forse la nomina meno politica da quando sono al governo: si lasciano le coste della Casaleggio e si pesca al largo, si mette da parte l'uno-vale-uno e ci si affida a chi ne sa di più. Il secondo passaggio sarà garantire a Salini l'indipendenza, e qui sta il difficile: anche perché, sull'altro fronte, la Lega è molto più navigata e la scelta del presidente lo dimostra.

La reazione a Foa è stata finora folcloristica: battute sulla terra piatta nella sigla del Tg1 e sull'orso di Putin al posto del cavallo, citazioni di pensieri sovranisti. Se il presidente della Rai fosse responsabile della linea editoriale, sarebbero obiezioni comprensibili; visto il suo ruolo di garanzia, invece, è più polemica politica che altro. Il vero nodo, semmai, sta nei rapporti tra l'ex direttore del sito del Giornale e Berlusconi: Forza Italia ha anche la presidenza della Commissione parlamentare di vigilanza, e oggi i suoi voti sono indispensabili alla nomina di Foa.

Per ora i forzisti negano ogni appoggio, mentre i grillini - compreso il giornalista e senatore M5S Paragone, che pure aveva lanciato l'allarme su "una Rai vigilata da Mediaset" - fischiettano distratti. C'è chi parla di un accordo di ferro tra Salvini e l'ex Cav: mercoledì, in Parlamento, si vedrà.

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