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Per le grandi opere una politica a senso unico alternato

È molto facile twittare messaggi rivoluzionari a getto continuo dall’opposizione. È molto difficile, al governo, mantenere le promesse di cambiamento. È quanto stanno capendo i 5 Stelle in materia di...

È molto facile twittare messaggi rivoluzionari a getto continuo dall’opposizione. È molto difficile, al governo, mantenere le promesse di cambiamento. È quanto stanno capendo i 5 Stelle in materia di grandi opere e di ambiente. Due sigle risultano arroventate in questo campo: Tav, cioè Treno ad Alta Velocità in Val di Susa e Tap, Trans-Adriatic Pipeline, cioè approdo e passaggio del gasdotto in Puglia.

Il Movimento ha detto in passato due “no” assoluti ad entrambe le opere ed ora deve mantenere le promesse fatte.

Nel primo caso ci sta riuscendo, almeno sinora, anche se dalla Francia arrivano proteste per il fermo di un’opera ritenuta strategica anche per ridurre drasticamente l’inquinamento da Tir e camion. Il traffico merci Francia-Italia avviene infatti al 92,3% su gomma e poco più del 7% appena su rotaia. Mentre, con la realizzazione del traforo ferroviario svizzero del Gottardo, il 71% viaggia ormai su rotaia con evidenti benefici ambientali. In entrambi i casi, superata la crisi, il volume delle merci trasportate è tornato ad alti livelli: 42,4 milioni di tonnellate tra Francia e Italia, oltre 40 fra Svizzera e Italia.

La questione No-Tav in Val di Susa – ha detto un senatore grillino, il torinese Alberto Airola, che inizia ogni intervento con un potente “Vergogna!” – “è un patto fondante, senza quelle battaglie il Movimento non esisterebbe”. Il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli aveva provato a dire a Radio1 che “se, quando è nata quell’opera, ci fosse stato il M5s al governo, non sarebbe mai stata concepita in questa maniera, così impattante, così costosa. Il nostro obiettivo sarà quello di migliorare un’opera nata molto male”. Non l’avesse mai detto. Subito gli sono piovute addosso le accuse di voler “tradire la causa”. Così è corso a ribadire il proprio assoluto “no” originario. Fino a quando?

Nel caso del gasdotto pugliese, contestazioni assai forti sono state riservate dai No-Tap, a Lecce, alla concittadina ministra Barbara Lezzi, già molto intransigente, sospettata di essersi “ammorbidita”. In realtà si trova stretta fra le promesse di un tempo e gli accordi internazionali già siglati in materia, nonché dall’atteggiamento conciliante del premier Conte, del ministro degli Esteri Moavero Milanesi e del presidente della Repubblica Mattarella durante la visita in Azerbaigian. Da qui il gasdotto attraversa la frontiera greco-turca, poi Grecia e Albania, sottopassa per 104 Km l’Adriatico e sbuca “sulla più bella spiaggia della Puglia” (così il governatore Domenico Emiliano), a Melendugno. Qui devono essere espiantati 1.900 olivi per creare una stazione di smistamento vasta come dieci campi di calcio. Poi il gasdotto prende la via del Centro-Nord lungo un Appennino (e questo preoccupa non poco) altamente sismico. Emiliano non ha mai detto di no al gasdotto, ma a quell’approdo, suggerendo altre soluzioni. Barbara Lezzi invece era per una opposizione radicale. E adesso?

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