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IL PERSONAGGIO 

«Noi, piloti di vecchie moto, agguerriti come Vale e Marc»

Samuele Sardi: l ’altra faccia del motociclismo sui circuiti (anche nobili) di tutto il mondo. Storie di grandi passioni e di talenti che regalano brividi e raccolgono tanti applausi

Ah, la passione per le moto e per la velocità! Non ci sono soltanto Valentino Rossi, Marc Marquez e compagnia a dare spettacolo e a divertirsi in sella. E non chiamate “dilettanti” quelli che sulle piste di tutto il mondo si danno battaglia in ogni genere di gara: sono piloti coraggiosi e che vogliono arrivare davanti agli altri. Sempre. Anche se non sono più dei ragazzini. Uno di questi è Samuele Sardi, classe 1969, di Villasanta (Monza e Brianza). Quest’anno ha già vinto due volte nell’European Endurance Legends Cup, campionato europeo riservato a moto classiche: originali o repliche di bolidi costruiti al massimo nel 1983.

Chi glielo fa fare?

«Se smetto invecchio (ride, ndr). È una passione, una malattia: non se ne può fare a meno. Ho smesso nel 2000, dopo essermi sposato: ho resistito tre anni prima di tornare in sella e ci sono ancora. Stabilmente».

Quando ha iniziato?

«Piuttosto tardi: sono salito in pista per la prima volta a 18 anni. Tutto quello che guadagnavo lavorando lo investivo nelle corse: qualche sponsor mi ha dato una mano e me la dà tuttora, ma non sono molti. Ho cominciato con le “Sport Production” 600 e poi 750, con Suzuki, ma poi mi sono innamorato di un’altra moto».

Italiana suppongo.

«Certo: la Guzzi. Sono cresciuto con un papà che sempre avuto due punti fermi, in fatto di motori: per le auto le Alfa, per le due ruote le Guzzi. La sua 850 T3 è stata la mia prima moto e ora per la seconda volta sto restaurando il suo 1000 Sp. Con Giuseppe Ghezzi, un ragazzo del mio paese “guzzista” indomabile, su un motore della Casa di Mandello del Lario abbiamo costruito e sviluppato un bolide che nel 1996 ci ha portati alla conquista del titolo italiano SuperTwin, sbaragliando una concorrenza nutrita».

Quanto è importante la competizione?

«Fondamentale. Si corre per vincere. In pista chiudo la visiera e cerco di arrivare al mio limite e a quello della moto, per capirne il comportamento e poi studiare il modo per migliorarla. In strada non vado, ho abbastanza paura perché ovviamente non posso utilizzare il mezzo nella maniera che vorrei. Se devo salire in sella per fare il giro del lago meglio stare a casa».

In quanto a vittorie, anche oggi sta lasciando il segno. Ci spiega che moto utilizzate?

«Qualcuno, ma sono pochissimi, scende in pista con moto originali, costruite fino all’inizio degli anni Ottanta: bel rischio, perché hanno un valore inestimabile. La maggior parte sfrutta delle repliche con caratteristiche precise: pneumatici da 18 pollici, forcelle tradizionali, dischi freno non flottanti e doppio ammortizzatore posteriore. Insomma bisogna essere fedeli, poi uno cerca di arrangiarsi come può. Io corro con una Guzzi-Le Mans preparata dal team francese Motobel».

E le gare?

«Durano quattro ore e ogni team può schierare due o tre piloti che si passano la moto: il mio compagno di squadra è il francese Christophe Charles-Artigues, un mastino. Con lui ho vinto nella nostra categoria, la “Classic”, a Le Castellet, piazzandoci secondi nella classifica generale. E poi abbiamo vinto a Donington in Inghilterra. Nel campionato italiano corro con il Team Biker’s Island di Isola del Liri (Frosinone), il “boss” si chiama Paolo Ruzza, il mio compagno Oreste Zaccarelli, più volte campione italiano moto d’Epoca: siamo in testa».

E gli avversari?

«C’è di tutto. Qualche anno fa sono salito sul podio con il belga Stephane Mertens, a lungo protagonista nelle Superbike. Poi potrei citare Peter Linden, uno che ha corso anche nel campionato del mondo delle 500 e che si alternava tra moto e cacciabombardieri, visto che faceva parte dell’aeronautica svedese. Ora nel nostro campionato c’è anche Grant Dalton, che non ha bisogno di presentazioni per chi sa di vela: è un pezzo da novanta di “New Zealand”. Prende l’aereo, si fa oltre 20 ore di volo dalla Nuova Zelanda, mette la tuta e sale in moto».

Dalton ha 61 anni, non proprio un ragazzino.

«Il limite anagrafico massimo per partecipare è più o meno quello. Ma le assicuro che è gente che va velocissimo».

Tutti “dilettanti”, anche se il termine è improprio, visto quello che riuscite a fare?

«Chi occupa i primi posti nella classifica generale lo fa quasi di mestiere o comunque è stato professionista in passato. Ovviamente però qui non è come nel Motomondiale o nel Civ (Campionato italiano velocità, ndr) dove se non hai il “bilico” e il Motorhome non sei nessuno: c’è molta gente che arriva in auto dopo migliaia di chilometri e all’interno della roulotte ha la moto con cui poi gareggerà».

La vita del paddock com’è?

«Per risparmiare sui costi capita di dividere i box con gli avversari: francesi, svedesi, tedeschi, inglesi. Si passa la serata con una buona bottiglia di vino raccontando le proprie esperienze. E c’è tantissima gente con cui parlare, gli appassionati sono migliaia: al “Bol d’or classic” di Le Castellet in tre giorni sono passate ventimila persone».

Piste. Qual è la preferita?

«Spa-Francorchamps indubbiamente. Ci sono salito per la prima volta nel 2011 e me ne sono innamorato subito. Si corre tra alberi altissimi, il tempo cambia in continuazione, così come di conseguenza le condizioni della pista. Mi è capitato di salirvi di notte ed è stato impressionante. Sono partito forte, ma ben presto ho capito che a parte i due rettilinei principali era tutto buio: le uniche luci erano quelle della mia moto che riflettevano sui cordoli, dotati di catarifrangenti. “Ma adesso dove vado?” mi sono chiesto e non è che stessi proprio passeggiando. Un misto di ansia e adrenalina. Assolutamente da consigliare a chi

ama il brivido».

E la pista della “sua” Monza?

«Non me ne parli, ogni volta che vado nel Parco a fare footing mi arrabbio. Sarebbe un sogno tornare a gareggiare lì». —

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