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Il senso di rivalsa di uno Stato che dimentica Calamandrei

Non c’è solo il tentativo di intimidire un avversario politico. Nella querela su carta intestata del Viminale, inviata da Matteo Salvini a Roberto Saviano, c’è qualcosa di più: una concezione della...

Non c’è solo il tentativo di intimidire un avversario politico. Nella querela su carta intestata del Viminale, inviata da Matteo Salvini a Roberto Saviano, c’è qualcosa di più: una concezione della politica e dello Stato.

Il populismo, scrivono Mudde e Rovira Kaltwasser, ha due opposti: l’elitismo e il pluralismo. Il primo bersaglio dei populisti, come noto, è costituito dalle oligarchie. Al contrario dei partiti, che nascono per rappresentare una “parte” della società (e finiscono per rappresentare solo se stessi), i populisti affermano di rappresentare il popolo nella sua interezza: di “essere” popolo nelle istituzioni. «Noi non incontriamo le parti sociali, perché noi siamo le parti sociali», affermava la prima capo-gruppo 5S alla Camera, Roberta Lombardi. Una volta giunti al governo, i populisti non si propongono come espressione di una società plurale, ma di un tutto indivisibile. Ne abbiamo avuto altri esempi, in Italia, prima del governo pentaleghista.

«Da oggi lo Stato siamo noi», ha detto Luigi Di Maio dopo la nascita del governo. Come ha scritto Mattia Feltri su La Stampa, nell’aggiunta di quel «da oggi» c’è il ribaltamento del principio espresso da Piero Calamandrei. C’è il senso di rivalsa verso i vecchi “occupanti” del palazzo. Ma c’è anche il via libera a una nuova occupazione delle istituzioni, presentata però come ri-appropriazione dello Stato da parte dei cittadini. Una profonda - e già vista - operazione di spoils system? Tutt’altro: “cacciata” dei mandarini collusi con il vecchio regime – come nel caso del Presidente Inps Tito Boeri, sotto il fuoco dell’esecutivo.

L’altra vicenda che ha fatto discutere, nel corso dell’ultima settimana, è quella di Assia Montanino, compaesana di Luigi Di Maio (e attivista del M5s), scelta come “segretaria particolare” al Mise. Il Ministro «assume l’amica a 70mila euro l’anno», ha tuonato Il Giornale. «Non ho mai conosciuto una persona più onesta e leale», si è difeso il capo del M5S, parlando di «stampa spazzatura». Di Maio ha forse ragione. Ma resta il dubbio su come avrebbero reagito, solo pochi mesi fa, il M5S e la Lega, qualora un caso di questo genere avesse riguardato i vecchi partiti di governo.

Oggi le cose sono cambiate. Oggi lo Stato «siamo noi». E la carta intestata di Salvini rappresenta l’esibizione muscolare di questo cambio di stagione. Certo, non è la prima volta che i governanti ricorrono alla querela. La scelta - a detta del vice-premier - è spiegata dalla volontà di difendere le istituzioni. Ma è impossibile trascurare il lungo confronto personale Salvini-Saviano. Per questo, lascia molte ombre il tentativo, da parte di un ministro, di un governo, di una maggioranza, di “intestarsi lo Stato”. Contro parti dello Stato. Perché lo Stato siamo noi tutti. Ma tutti davvero. —

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