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L’illustre precedente dei tecnici indigesti ai leader


Al cronista di lungo corso torna alla mente quel galantuomo di Renato Ruggiero, ambasciatore, alto funzionario della Commissione Ue, manager e ministro degli Esteri – tecnico, si diceva già allora, 2001 – nel secondo governo Berlusconi. Incarico nel quale durò appena sei mesi per poi essere dimissionato per insanabili contrasti con la Lega di Bossi su rapporti con Bruxelles e moneta unica, ma guarda un po’. Illustre precedente…

Insomma, Ruggiero come Giovanni Tria? La tentazione di fare paragoni è forte assai, ma siccome la storia non si ripresenta mai uguale, si registrano coincidenze e discordanze. Tanto per cominciare, è molto più agevole, diciamo così, liberarsi di un ministro degli Esteri che dell’Economia: tentare di mandare a casa il professore voluto in alternativa all’ispido Paolo Savona dopo la paziente mediazione del Capo dello Stato, equivarrebbe alla crisi di governo. Che certo non si può mai escludere, ma non è ancora tempo. E però lo scontro tra due diverse filosofie c’è, e si manifesta in questa vicenda come in quella delle nomine in generale che alla prima è intimamente legata. Prendiamo il caso di Tito Boeri, presidente dell’Inps di cui si chiedono le dimissioni dopo che, numeri alla mano, ha pronosticato che il decreto dignità all’inizio farà perdere un bel po’ di posti di lavoro. Il fatto è che Salvini & Di Maio, azionisti di riferimento del governo gialloverde, coltivano una visione leaderistica e presidenzialista del governo, si potrebbe dire autoritaria, nella quale il “tecnico” è gradito e ben accetto – nella sua proposta di governo il capo dei 5S ne aveva elencati 15 su 17 ministeri – solo se è d’accordo con tutto quello che dice e fa chi lo ha scelto. Quindi fastidio massimo per tecnici, appunto, authority, opposizione, parlamento – e pure Quirinale, via, s’è visto – insomma istituzioni e persone che fanno dell’autonomia la loro missione.

Da qui alle nomine il passo è breve, come il balletto Cassa depositi e prestiti conferma (poi verranno Rai, Ferrovie, Gestore dei servizi elettrici, tutte controllate dal ministero dell’Economia). Qui, spicca un problema di divisione delle spoglie, e ogni nuovo governo ci casca; ma c’è poi una questione più politica, di politica economica. Chi conquista la Cassa, come le altre aziende sopra elencate, siede su un forziere di euro la cui destinazione è determinate. C’è chi – Salvini & Di Maio – vi vede un tesoretto da spendere in investimenti e in acquisizioni da Stato padrone; e chi – Tria – teme che queste spese, più quelle sognate per flat tax, reddito di cittadinanza e nuova Fornero mettano a serio rischio i conti.

In altre parole, qui si parla del destino stesso del Contratto di governo. Per ora Tria ha dovuto rinunciare

all’uomo che avrebbe voluto alla Cassa, Dario Scannapieco, e digerire quello scelto da Lega e 5S, Fabrizio Palermo. Ma presto si comincerà a discutere di legge di bilancio e di manovra. E riecco il fantasma di Ruggiero… —

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