Quotidiani locali

La marea nera che non c’è e l’ombra di un nuovo fascismo

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L’altra sera, dopo una riunione faticosa, sono andato a prendere un autobus alla stazione Termini, il 40 che in poche fermate porta in fondo a Corso Vittorio, al Lungotevere. Attraversavo un caldo spesso che il ponentino non alleggeriva. Sono salito al capolinea ed ho notato una stranezza: un gruppo di giovani dell’Africa nera in piedi sull’uscita che mi sembrava piuttosto agitato e, in fondo al bus, alcuni posti a sedere ancora vuoti. Mi sono diretto là, ero troppo stanco per rimanere in piedi. Mi si è parata di fronte la visione di un omaccione ancora giovane, forse dell’Est, sdraiato su almeno quattro dei sedili.

Calzava delle strane scarpe rosse e non accennava a farmi posto. Gli ho fatto cenno di spostarsi e lui di malavoglia mi ha lasciato passare. Ma le voci dei giovani africani continuavano a salire: «Non sei a tuo Paese, capito? Non sei a tuo Paese...».

Allora ho colto che l’omaccione, oltre a stare quasi sdraiato, fumava. Gli ho fatto cenno di spegnere la sigaretta, ma ha continuato. Probabilmente era stato lui a negare ai ragazzi di sedersi. «Non sei a tuo Paese...». Ho insistito: «No smoke» e lui, avvicinando la faccia, mi ha soffiato: «Tu parla troppo, capisci?» .

D’istinto sono sceso per informare il conducente del bus ancora fermo sotto la pensilina. Un giovane alto, robusto. È salito subito, capendo che ci voleva altro. Ha chiamato il capoturno e una Volante della polizia, lì vicino.

Con quell’ansioso «questo non è tuo Paese» , quei ragazzi africani volevano dirci che l’Italia è invece il loro, anche se difficile, Paese. Non volevano essere coinvolti in una rissa, non volevano essere screditati da quel violento dalle strane scarpe rosse. Dirci che loro sono dei cittadini ormai.

Non so come sia andata a finire, spero bene. Non lo so perché ho avuto di colpo paura. Paura che si limitassero a buttarlo giù dal bus e che lui potesse rincorrermi, colpirmi. La mia parte, in fondo, l’avevo fatta. Però mi vergognavo di scappare, o quasi. Non mi ero arreso alla paura. Ma soprattutto avevo aiutato quei ragazzi africani a non arrendersi al sopruso. Loro che tanto spesso vengono additati, solo perché neri di pelle, come molestatori, violentatori, sfruttatori.

Ma quanti sono gli immigrati africani? Pochi. I più numerosi sono i senegalesi (2, 01 % degli stranieri contro il 24 dei romeni) e i nigeriani (1, 54%), eppure sembriamo sopraffatti da continui arrivi di africani. Matteo Salvini ha un disegno preciso: far apparire, coi suoi blocchi marittimo-portuali, che da solo si sta opponendo ad una marea nera.

Macché marea. Purtroppo la gente ci crede e non sa più ribellarsi al razzismo, all’esclusione dei “diversi”, ad una nuova forma di fascismo riemersa da chissà dove. Eppure le leggi razziali sono del 1938, ottanta anni fa. Una vita fa. —

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