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Il mercantilismo di Donald e il Vecchio Continente inerte

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Donald Trump sta perseguendo con coerenza la sua opera di smantellamento dell’ordine economico globale costruito negli ultimi trent’anni. Il criterio per catalogare amici e nemici è chiaro: l’equilibrio negli scambi commerciali. Poco importa se si tratta di un regime autoritario come la Cina, oppure di una democrazia storicamente alleata come l’Ue: considerato che con entrambe le importazioni negli Usa superano le esportazioni, la guerra commerciale va dichiarata ad ambedue.

Il principio guida dell’amministrazione americana sembra così ispirato alle politiche mercantiliste che erano in voga nelle monarchie assolute del ’700, per le quali il commercio internazionale aveva un unico obiettivo: creare attivi di bilancio necessari ad accumulare ricchezze e accrescere la potenza della nazione. Trump sembra convinto che riducendo le importazioni di beni e servizi le imprese americane torneranno a investire nell’industria manifatturiera.

Sarà davvero così? A parte il fatto che il declino occupazionale nell’industria americana è da attribuire più allo sviluppo tecnologico che alla crescita delle importazioni, ciò che Trump sembra dimenticare è che il libero scambio ha portato vantaggi anche agli Usa, in particolare in due direzioni. Innanzitutto, se un paese continua a importare più di quanto esporta e la sua valuta rimane apprezzata, com’è il caso del dollaro, significa che stanno entrando più capitali di quanti ne escono. La riduzione del deficit commerciale è destinata perciò a frenare gli investimenti dall’estero, costringendo gli americani a risparmiare di più e consumare di meno. Il secondo vantaggio è collegato alla formazione di catene globali di fornitura che distribuiscono costi e benefici del commercio in modo più complesso rispetto al passato. Uno studio della Federal Reserve ha documentato che per ogni dollaro esportato dalla Cina, 55 centesimi vanno a imprese americane di servizi e tecnologie, come Apple e Microsoft. Perciò, per mantenere qualche migliaio di posti di lavoro nella siderurgia, gli Usa rischiano di perdere occupazione qualificata in altre industrie.

In questo preoccupante scenario l’Europa non è priva di responsabilità. Possiamo accusare Trump di politiche mercantiliste fuori tempo, ma se osserviamo che il surplus globale dell’Area Euro ha superato 500 miliardi, qualche seria riflessione dobbiamo farla anche noi.

Se gli americani dovranno risparmiare di più, gli europei potrebbero consumare e investire meglio le risorse che producono.

A partire dal sistema di difesa comune e, soprattutto, un piano straordinario per edilizia scolastica e occupazione giovanile. La risposta a Trump è nell’accrescere sviluppo e benessere dell’Europa, non nell’alimentare le sue divisioni. –

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