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Così il pericolo diventa uno strumento di propaganda

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Secondo la regola di una certa politica, l’aumento di consenso è proporzionale alla capacità di generare paura e odio. Se poi il politico di turno riesce a manipolare le ansie delle famiglie ancora meglio. Avrà portato a casa i risultati della propaganda populista e illuso di essere quello che risolverà problemi irrisolti. Eppure il politico dovrebbe ricordare che le parole indirizzano comportamenti individuali e sociali. Spingere su esclusione e intolleranza, giocare con le emozioni negativ ...

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Secondo la regola di una certa politica, l’aumento di consenso è proporzionale alla capacità di generare paura e odio. Se poi il politico di turno riesce a manipolare le ansie delle famiglie ancora meglio. Avrà portato a casa i risultati della propaganda populista e illuso di essere quello che risolverà problemi irrisolti. Eppure il politico dovrebbe ricordare che le parole indirizzano comportamenti individuali e sociali. Spingere su esclusione e intolleranza, giocare con le emozioni negative, produce una rappresentazione paranoica del mondo e scatena un circolo vizioso. Tutto è pericolo, anche quello che pericolo non è. Il pericolo diventa reale, la società si spaventa, la politica fa propri gli incubi dei cittadini. Sul rapporto tra sicurezza e disturbi psichici, Salvini era partito da lontano. Disse, usando criteri causali difficili da seguire: «Più precarietà, più psicofarmaci, più insicurezza». Poi ha rincarato la dose: ci sarebbe un’esplosione di aggressioni da parte dei pazienti psichiatrici. Un’affermazione falsa. In Italia, il 95% dei reati è commesso da persone “normali” e spesso i pazienti sono vittime, non carnefici.

Il messaggio di Salvini aumenta la discriminazione nei confronti di chi soffre di un disturbo mentale. Li eleva a promotori di insicurezza, li espone al rischio di diventare ennesimi bersagli di rabbia e frustrazione.

Le cronache raccontano di episodi di violenza. Ma si tratta, quasi sempre, di crimini commessi da persone con precedenti penali e sotto effetto di sostanze, che entrano nei circuiti assistenziali pur dovendone stare fuori perché di psichiatrico non hanno nulla. Il tema, semmai, non è quanto la malattia mentale sia responsabile di comportamenti criminali, ma quanto i criminali utilizzino la malattia per legittimare questi comportamenti e, quindi, per deresponsabilizzarsi. In questo caso, una battaglia che restituisca i doveri di cittadino a chi si arroga i diritti di chi sta male sul serio è necessaria.

Però questi distinguo a Salvini non interessano. A lui basta arringare il popolo. Lui finge di interessarsi alle famiglie dicendo che sono lasciate sole nell’ottica di una strategia che parla alla pancia di chi ascolta. E si appella alla necessità di cambiare la Legge 180 del 1978.

Non importa che la legge sia un’eccellenza riconosciuta nel mondo o che 163 Dipartimenti di Salute Mentale assistono ogni anno circa 800mila utenti, che il sistema assistenziale arranca per finanziamenti ridicoli: meno del 3,5% della spesa sanitaria contro il 10-15% di Francia o Spagna. Non importa che il problema delle famiglie esiste perché chi opera nel settore lo fa a corto di personale, senza poter garantire figure che dovrebbero occuparsi di aspetti specifici dei percorsi di cura proprio per quella mancanza di finanziamenti.

Al ministro queste cose non interessano perché nell’epoca dei like e della post-verità, i fatti e i dati contano meno dell’emotività e delle convinzioni personali.

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