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M5s. Il taglio dei privilegi ai politici è popolare ma non basta

Il simbolo e la realtà. Si sarebbe fortemente tentati di descrivere così la giornata di ieri, tra i festeggiamenti della maggioranza (e in particolare dei pentastellati) per l’abolizione dei vitalizi degli ex deputati, e la doccia gelida della Commissione europea che ha certificato la minore crescita di quest’anno.

La prima notizia porta ad assegnare ai Cinque Stelle un punto, bello tondo, nella quotidiana gara in visibilità e popolarità che i due partiti alleati e concorrenti hanno ingaggiato dal giorno del giuramento del governo Conte: alla disperata ricerca di recupero dopo la gragnuola di colpi mediatici, quasi tutti sulla questione viva e drammatica dei migranti, segnati da Salvini, il suo collega e rivale Di Maio ha battuto prima la strada del lavoro (con il cosiddetto “decreto dignità”), e poi quella degli assegni degli ex parlamentari.

Due battaglie storiche del Movimento Cinque Stelle, fortemente simboliche ma anche evocative di questioni concretissime, riconducibili entrambe a una sola parola: l’impoverimento, reale o temuto, di gran parte della popolazione italiana. In conseguenza del quale da un lato si è chiesta, si chiede e si applaude ogni misura che dia l’idea di poter invertire la tendenza precarizzante del mercato del lavoro; dall’altro è montata la rabbia contro la distanza dai più ricchi e privilegiati, più a torto che a ragione identificati con la casta dei politici. Diciamo “a torto”, poiché l’élite dei più benestanti italiani non è affatto composta solo da politici di professione; ciò non toglie che l’esistenza di assegni medio-alti, alti o altissimi maturati solo con pochi anni di presenza parlamentare faccia arrabbiare i più.

Per cui la misura approvata ieri, che àncora gli assegni ai contributi effettivamente versati, avrà una grande popolarità, anche se in parte era già stata anticipata nella riforma del 2012 (ma solo per il futuro e non per il passato); anche se c’è il rischio che sia travolta da ricorsi e sentenze; e anche se lascia in piedi la marea dei vitalizi e privilegi dilaganti nelle regioni italiane, ordinarie e autonome. Grande popolarità e pochi soldi: ma questo era nel conto. Piuttosto, non era nel conto che l’economia italiana rallentasse tanto da portare la Commissione Ue, dopo gli allarmi di vari enti di ricerca e a dire il vero anche dei documenti governativi italiani, ad abbassare le stime del Pil già per l’anno in corso.

I problemi vengono dall’incertezza politica italiana, ma anche dai venti protezionisti e rissosi del clima internazionale. E si traducono nell’allontanamento degli obiettivi di finanza pubblica: è vero che si guarda ai dati strutturali, depurati dagli effetti del ciclo economico, ma da oggi si litigherà su cosa è “ciclo economico” e cosa non lo è. Insomma su quanti sforzi dovrà fare l’Italia per restare sul “sentiero stretto” tracciato dal precedente governo. Mentre l’attuale vede allontanarsi il “sentiero largo” che ha promesso ai suoi elettori: flat tax, reddito minimo, abolizione della Fornero.

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