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Il sacrificio di chi salva questi bimbi ha un senso


Si comincia a morire nella grotta thailandese, ma non muoiono i bambini, muore un soccorritore. Sceso per salvarli, l’altro giorno è morto in servizio, cioè proprio per la missione che stava compiendo. La grotta l’ha ucciso, con la sua mancanza di ossigeno. Il che significa che tutti quelli che sono ancora dentro adesso sono in pericolo. O si salvano subito, o mai più. Scatta in tutti noi (noi che scriviamo, voi che leggete, noi che seguiamo la vicenda in tv) la domanda: vale la pena rischia ...

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Si comincia a morire nella grotta thailandese, ma non muoiono i bambini, muore un soccorritore. Sceso per salvarli, l’altro giorno è morto in servizio, cioè proprio per la missione che stava compiendo. La grotta l’ha ucciso, con la sua mancanza di ossigeno. Il che significa che tutti quelli che sono ancora dentro adesso sono in pericolo. O si salvano subito, o mai più. Scatta in tutti noi (noi che scriviamo, voi che leggete, noi che seguiamo la vicenda in tv) la domanda: vale la pena rischiare di perdere qualche vita per cercare di salvare qualche vita? Vale la pena morire per salvare? La morte di quest’uomo nel fiore dell’età, un soldato d’élite, un seal, ha un senso? Non so come la pensiate voi, ma rispondo: ha un senso. Morire per salvare si può, lo insegna l’etica militare, l’etica cristiana, l’etica umana.

A ben guardare, è esattamente il succo del film “Salvate il soldato Ryan”: nella storia muoiono in più d’uno per salvarne uno. Quell’unico salvato si domanda anche lui se merita tanto sacrificio. Se lo merita per quel che ha fatto? Ma l’ultimo a morire per lui, il capitano Tom Hanks, al momento di lasciare la vita gli dà la spiegazione di tutto: “Méritatelo con quello che farai”. Parla da soldato a soldato. Qui nella grotta thailandese è un soldato che muore ma sono ragazzini che vengono salvati. L’insegnamento vale tanto più per loro.

La scelta tra pensare a salvarsi e pensare a salvare un po’ alla volta sta diventando la scelta tra la vergogna e l’orgoglio. Tutti sentono quei bambini come propri figli. A questo punto, anche noi. 

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