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La terza vita di Salvini e il paradosso del Carroccio

Ha un vago sapore berlusconiano – ma guarda un po’ il paradosso – l’intemerata salviniana contro la magistratura e pure contro il presidente della Repubblica reo, secondo il sanguigno vice premier,...

Ha un vago sapore berlusconiano – ma guarda un po’ il paradosso – l’intemerata salviniana contro la magistratura e pure contro il presidente della Repubblica reo, secondo il sanguigno vice premier, di non volersi occupare (e vorrei vedere) dei bilanci della Lega gonfiati in passato da truffe e falsi e devastati oggi dalla sentenza della Cassazione. «Politica», secondo il linguaggio mutuato dal Cavaliere.

Intendiamoci, il risentimento è comprensibile: la Lega deve restituire 49 milioni indebitamente incassati in tempi lontani, il che significa svuotare le casse oggi e rinunciare ai contributi futuri per molti anni. È a rischio l’esistenza stessa del partito. Per di più Salvini non c’entra con la truffa perché a ordirla, ai danni della Camera che elargiva i contributi, furono Bossi, allora numero uno, e Belsito, tesoriere, entrambi condannati poi dai tribunali.

La rabbia, inoltre, è montata per via dell’errore, questo tutto di Salvini, di non costituirsi parte civile: forse fu un consiglio dei legali, o forse la volontà di non infierire sugli sconfitti mentre conquistava la leadership del movimento. Se lo avesse fatto sarebbe nella lista dei creditori.

Resta da capire perché ora Salvini abbia scelto la strada dello scontro istituzionale con il Quirinale, la magistratura, il Csm, e il suo stesso governo visto che il ministro della Giustizia Bonafede è stato lesto a ricordargli che le sentenze vanno rispettate. Tutte.

Certo, conta il carattere dell’uomo, a suo agio più con le ruspe vere e simboliche che con le mediazioni pazienti. E pesa la sua concezione, come dire?, presidenzialista che pone al primo posto il ruolo del condottiero e delle sue truppe e solo in secondo piano il gioco di controlli e bilanciamenti affidati alle istituzioni. Viste come un intralcio. Che però mal si concilia con la sua insistenza a tirare per la giacchetta Mattarella («Il mio presidente della Repubblica»).

Poi ci sono i ragionamenti politici e di opportunità. Per aggirare il diktat della Cassazione e delle Procure, Salvini potrebbe cambiare lo status giuridico della Lega e disporre che siano le organizzazioni territoriali a raccogliere finanziamenti e contributi, distinguendosi nettamente dall’organizzazione centrale su cui grava il debito. Soluzione giuridico-finanziaria che però agevolerebbe anche il piano del leader di chiudere definitivamente con il passato, cambiare pelle al partito e lanciarne l’operazione di internazionalizzazione. Una nuova vita mentre il vento dei consensi gonfia le vele. E naturalmente c’è l’aspetto di immagine, al quale Salvini è sempre attento. Quest’ultima cavalcata gli consente infatti di oscurare l’origine della vicenda – un brutto reato – per esaltare l’appello a militanti ed elettori a salvare il partito a rischio. Allo stesso tempo riesce a conquistare la piazza mediatica occupata dal decreto dignità voluto da Di Maio. E pazienza se tra i firmatari del Contratto aumentano le occasioni di contrasto. Fa parte del gioco. Finché dura.

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