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Il mercato dei diritti al confine del deserto


Dopo il mini-vertice di domenica scorsa a Bruxelles, con quel documento sui migranti che pareva scritto più per gli elettori italiani che per i governi stranieri, Conte voleva presentarsi al Consiglio europeo di giovedì e venerdì con un asso nella manica. «Il problema degli sbarchi va affrontato alla radice, con degli hotspot alla frontiera meridionale della Libia», avrebbe detto ai suoi partner, per poi aggiungere che «l’Italia ha già in tasca il sì di Tripoli, frutto della nostra missione diplomatica a inizio settimana». La missione diplomatica in effetti c’è stata ieri – di Salvini e non del ministro degli Esteri Moavero, come del resto accadeva pure ai tempi di Minniti quando alla Farnesina c’era Alfano – ma il risultato ancora no: il governo italiano potrà dunque rivendicare di avere aperto una strada, lasciando però al resto d’Europa il compito di decidere se insistere (mettendo magari sul piatto parecchi soldi per la Libia, come è stato per la Turchia) oppure dividersi gli sbarchi, la seconda accoglienza e i malumori delle rispettive opinioni pubbliche.

Che Tripoli si mettesse di traverso, in realtà, era prevedibile: un po’ per ragioni tattiche, molto per problemi oggettivi. La ragione tattica è quella, banalissima, di far salire il prezzo: il governo italiano ha bisogno di una mano per far vedere di saper gestire la situazione, l’Europa stessa ne ha bisogno per trovarsi un’Italia più vicina a Bruxelles e più lontana da Visegrad. E così, come nel calciomercato, la Libia ha detto di no alla prima offerta in attesa della seconda e magari anche della terza: nel frattempo, con quasi un milione di migranti sul proprio territorio, può aprire e chiudere i rubinetti a piacimento, a seconda di quanto voglia far salire la pressione.

Quando però si parla del sud del Paese, ovvero del luogo in cui pullulano jihadisti e gruppi criminali che passano dal Niger e arrivano sulle coste, la questione si complica parecchio. Perché a Tripoli c’è un governo, quello internazionale voluto dall’Onu e presieduto da Al Sarraj, che a malapena controlla la stessa capitale, mentre altre zone della Libia sono in mano al generale Haftar – sempre più presente nell’ovest, armato e finanziato dalla Russia – e a una serie di milizie che di fatto non rispondono a nessuno. Se dunque il vicepremier Malteeq obietta che «gli hotspot non sono consentiti dalla legge libica», non è certo per un soprassalto di umanità – gli hotspot sarebbero comunque un miglioramento rispetto ai lager già esistenti – ma perché, se si decidesse di allestirli, bisognerebbe poi garantire agli attori internazionali (l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni o chi per loro) la sicurezza di poterli gestire. E questo, più ancora della mancata firma libica sulla Convenzione di Ginevra, è ciò che blocca tutto: perché Al Sarraj, da solo, non può riuscirci.

La soluzione a lungo termine è naturalmente la stabilizzazione della Libia; ma richiede tempo, e finora tutti i piani della comunità internazionale hanno fatto i conti con la realtà. Quella a medio termine è cercare di coinvolgere il maggior numero possibile di fazioni – magari proprio attraverso Malteeq, astro in ascesa e buon tessitore – con un’offerta che soddisfi tutti. Quella a breve termine, attuata da Minniti e duramente criticata dalle organizzazioni umanitarie, è infine la stessa che Salvini ha messo in opera negli ultimi giorni: lasciare tutto nelle mani della Guardia costiera libica, girare la testa di fronte agli abusi dei diritti umani nei centri di detenzione e sperare così di fermare almeno i viaggi nel Mediterraneo.

Poi, certo, ci sono le chiusure annunciate dei porti per mostrare i muscoli, il duello rusticano con la Francia, la freddezza con cui viene accolta la proposta tedesca di accordi trilaterali sull’accoglienza. Ma è più cinema che politica: la politica vera sui migranti, oggi, passa per la Libia, ed è su questo che l’Europa deve ragionare tutta insieme, possibilmente senza perdere la propria umanità.

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