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Così i 5stelle diventano anello debole del ticket


Un voto, quello amministrativo di giugno, che registra l’ennesimo tracollo della sinistra e l’onda lunga del populismo a trazione leghista,

Il dato più significativo è la sconfitta del Pd nelle regioni rosse: tendenza ormai avviata da qualche anno ma divenuta fiume in piena dopo il voto di marzo. I dem perdono in città che governavano dal dopoguerra, in Emilia-Romagna, in Toscana, in Umbria. A conferma che l’Italia rossa non esiste più. Del resto il Pd è ormai un partito senza popolo, passat ...

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Un voto, quello amministrativo di giugno, che registra l’ennesimo tracollo della sinistra e l’onda lunga del populismo a trazione leghista,

Il dato più significativo è la sconfitta del Pd nelle regioni rosse: tendenza ormai avviata da qualche anno ma divenuta fiume in piena dopo il voto di marzo. I dem perdono in città che governavano dal dopoguerra, in Emilia-Romagna, in Toscana, in Umbria. A conferma che l’Italia rossa non esiste più. Del resto il Pd è ormai un partito senza popolo, passato armi e bagagli altrove. Si paga, alla lunga, inseguire Marchionne o i ricchissimi uomini nuovi della Rete, anziché occuparsi di nuove e vecchie povertà, di famiglie alle prese con genitori anziani e figli senza lavoro, di welfare. Così il Pd è diventato un partito radicale di massa, con molta attenzione ai diritti e un discorso realistico, ma rassegnato, sull’immigrazione, poco attento alla vita quotidiana dei popolari. È mancata la capacità di tenere insieme le due dimensioni, di coniugare diritti e difesa dei più deboli, l’attenzione alla cultura con la lotta al disagio e alla precarietà, la sicurezza sociale con quella personale. Insomma, si è rotto quel residuo sentimento di appartenenza che ha portato buona parte dell’elettorato di sinistra a votare per Lega o M5S.

Un precipizio dal quale non si risale facilmente. La perdita delle città rosse significa il venir meno di legami di rappresentanza consolidati, difficili da ricostruire. Ma non meno importante è la sconfitta subita. già al primo turno, nelle città del Nordest, come Treviso e Vicenza dove, pure in un contesto non facile, i dem avevano governato.

In politica nulla è definitivo. Il Pd può risollevarsi ma deve a darsi una leadership, una forma-partito e, soprattutto, una cultura politica, da mettere al servizio di un progetto di rifondazione della sinistra. Rapidamente. Tempi lunghi e i ritardi non sono più ammissibili agli occhi dei suoi, residui, elettori: già l’aver rinviato lo scioglimento del nodo a dopo le elezioni, l’essersi presentati in campagna elettorale senza una leadership legittimata e credibile, ostaggio dei sempre sconfitti ma mai usciti davvero di scena renziani, è stato un clamoroso autogol. Il partito è parso allo sbando, nell’attesa della sempre rinviata resa dei conti interna; con il paradosso che i dirigenti locali chiedevano a quelli nazionali di non partecipare alla campagna elettorale. Un nodo che è stato tagliato, gordianamente, nelle urne.

Al di là delle evidenti responsabilità del gruppo dirigente, a partire da Renzi a lungo a Palazzo Chigi e al Nazareno e fautore di un fallimentare modello di partito disancorato dal territorio, la sinistra deve ripensare le sue categorie, le sue risposte a temi come il lavoro, le diseguaglianze, l’immigrazione, la globalizzazione. Altrimenti non c’è cambio di leadership o di contenitore che tenga. Prima ancora che decidere se imboccare la via di una sinistra autenticamente riformista o quella del “fronte repubblicano”, la rifondazione deve partire dai contenuti.

Nel frattempo il Paese è ancora in piena luna di miele con il populismo verdegiallo, in particolare con quello di Salvini, che, facendo uscire la Lega dalla ridotta del Nord, sta costruendo, anche attraverso lo svuotamento di Forza Italia, quella destra radicale di massa che mai si era affermata prima nell’Italia repubblicana. Quanto ai Cinquestelle, ai ballottaggi beneficiano del voto leghista, si veda Imola: a conferma della fatale attrazione tra i due elettorati in nome della comune difesa dell’esperienza di governo e dell’avversità al Pd. Ma, in prospettiva, i grillini costituiscono l’anello debole del fronte populista. Al di là del “contratto”, non potranno reggere a lungo l’alleanza di governo se, nelle urne e nei sondaggi, il partito di Salvini continuerà a volare.

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