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La devozione al sultano al crocevia dei diritti

Countdown elettorale in Turchia. Il Paese alle urne per scegliere il nuovo parlamento e il nome del futuro presidente, dopo la recente riforma costituzionale che ha introdotto il sistema di repubblica presidenziale sul modello francese. Nella nazione ponte tra Europa e Oriente il voto di domani si trasforma in un referendum sulla leadership nazional-islamista di Erdogan.

Gli ultimi sondaggi pubblicati aprono a qualsiasi scenario possibile. Nel rilevamento commissionato dal gigante della finanza Bloomberg si prospetta una vittoria sul filo di lana, al primo turno, per il sultano di Istanbul, che si attesterebbe intorno al 51%, confermando il risultato ottenuto nelle precedenti presidenziali del 2014. Secondo la multinazionale newyorchese la coalizione che appoggia Erdogan (inclusi gli ultranazionalisti del movimento Mhp) passerebbe di poco la fatidica soglia della maggioranza assoluta. L’incertezza traspare nel margine di errore (± 3,5 punti la percentuale di forbice), tipica di questi sondaggi. Storicamente il centro-destra, che si identifica in Erdogan, è lo schieramento predominante nel Paese. Appare chiaro, tuttavia, che l’Akp, compagine del premier, resta il primo partito ma perde sostenitori rispetto al passato. Un calo “fisiologico” dovuto alla situazione economica altalenante. In una Turchia dove la società, come da tradizione, è fortemente polarizzata, e il clima è di blocchi contrapposti.

Se dovesse vacillare l’incrollabile devozione elettorale nei confronti del sultano, che ha dettato il panorama politico degli ultimi 16 anni, Erdogan sarebbe costretto a rivedere i suoi piani, facendo un po’ di spazio sul ponte di comando del Bosforo. Aver voluto anticipare di un anno le elezioni potrebbe dimostrarsi un errore fatale.
Nell’eventualità, nemmeno troppo remota, di un secondo turno la partita è imprevedibile. Il più accreditato avversario sulla strada dell’ex sindaco di Istanbul è Muharrem Ince, candidato del Chp partito di ispirazione kemalista, che oscillerebbe intorno al 30%, venti punti sotto Erdogan. “Buona” potrebbe rivelarsi la performance di Meral Aksener, già ministra degli interni, e oggi alla guida del neo movimento liberalconservatore Iyi, 8% di consensi. La sinistra socialista e la minoranza curda si affidano a Selahattin Demirtas, recluso in carcere dal novembre 2016, per lui campagna elettorale sui social network con l’unica eccezione di un’apparizione televisiva in un comizio di 10 minuti trasmesso sull’emittente di stato Trt.

Per Bloomberg avrebbe la storica opportunità di tagliare il traguardo del 10%. Una differente ricerca, effettuata a fine maggio e ripresa dalla stampa internazionale, rileva invece che Erdogan dovrebbe aspettare il secondo turno per imporsi su Ince. Nel sondaggio rilevato dall’istituto Sonar l’opposizione seppur frammentata e divisa ideologicamente, ma pronta ad unirsi in apparentamento nella sfida finale, bloccherebbe domenica il sultano al 48%. L’alleanza di governo nel suo insieme al parlamento si aggiudicherebbe la fiducia del 49,3% degli elettori. Il fronte contrario giocherebbe tra il 49 e il 50%. Numeri decimali importanti sono quelli a favore dell’Hdp, nell’eventualità in cui non riesca a oltrepassare la soglia minima necessaria – la forza pro-curda del candidato e prigioniero Demirtas corre da sola – gli eletti andrebbero al secondo partito del collegio elettorale. Avvantaggiando, quasi sicuramente, l’Akp che nel sud-est mantiene un ampio consenso.

La Turchia è a un crocevia dei diritti, dopo il colpo di stato fallito e la punizione “riuscita”, e geografico, le reticenze dell’Europa la spingono verso l’Africa. Dove gli scambi, agevolati dal credito delle banche turche, sono entrati in collisione diretta e irreversibile

con la sfera d’interesse della Cina. Guerra commerciale alle porte con Pechino mentre si combatte sul vicino suolo siriano, in una caccia senza confini ai curdi. La strategia ottomana di Erdogan è al banco di prova, vedremo se la democrazia reggerà l’urto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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