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I fantasmi del castello negli incubi degli italiani


La linea Salvini sull’immigrazione è tanto popolare quanto controproducente. Se è vero che sbattere muscolarmente il pugno sul felpato, ma non per questo meno spigoloso, tavolo europeo è servito a porre il problema dell’inaccettabile solitudine italiana davanti al fenomeno, resta il fatto che l’efficacia di una politica si misura sulla sua capacità di conseguire gli obiettivi. E, in questo caso, quello che si profila è un effetto boomerang per l’Italia.

A partire dal piano che Francia e Germ ...

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La linea Salvini sull’immigrazione è tanto popolare quanto controproducente. Se è vero che sbattere muscolarmente il pugno sul felpato, ma non per questo meno spigoloso, tavolo europeo è servito a porre il problema dell’inaccettabile solitudine italiana davanti al fenomeno, resta il fatto che l’efficacia di una politica si misura sulla sua capacità di conseguire gli obiettivi. E, in questo caso, quello che si profila è un effetto boomerang per l’Italia.

A partire dal piano che Francia e Germania intendono sottoporre al Consiglio Europeo del 28 e 29 giugno. Un piano che, nominalmente, accoglie le istanze italiane ma che, nei fatti, rischia di costruire una trappola senza vie d’uscita per il nostro paese. Nel vertice al Castello di Meseberg Macron e Merkel, insidiati dalle loro destre, hanno sdoganato, pur ammorbidendola, la linea dei respingimenti, tanto cara a Salvini, a Seehofer, e ai molti sovranisti al potere in questa Europa dimentica dei propri valori fondativi. Pur nella sua variante interna infra-Ue, quella linea sancisce la possibilità di respingere i migranti presenti nel territorio nazionale ma registrati in un altro Paese. I sovranisti nostrani esultano ma, come sempre, il diavolo si nasconde nei particolari. Da qualche parte i cacciati dovranno pure andare. Quanti sono entrati in Europa dall’Italia dovranno essere espulsi verso il nostro Paese, secondo quel Trattato di Dublino del quale, grazie all’ideologico rifiuto del gruppo di Visegrad, ormai allargato all’Austria del cancelliere Kurz, non si intravvede alcuna modifica all’orizzonte.

Una linea, quella emersa dal rinato asse carolingio tra Parigi e Berlino, che sul piano dei principi dovrebbe essere cara a Orban, che fa introdurre nella costituzione ungherese il divieto di accogliere i migranti per motivi economici. Misura che ha come obiettivo impedire la ricollocazione delle quote migranti stabilite dalla Ue, già largamente disattese dall’Ungheria ai danni di Italia, Spagna e Grecia. Insomma, nella versione hard di Budapest, o in quella più soft e tattica di Berlino e Parigi, la politica dei respingimenti, esterni e interni, conduce la grande maggioranza dei migranti verso i paesi dell’Europa mediterranea.

Certo, Salvini può dire che Francia e Germania concordano nello spostare nella riva Sud del Mediterraneo le frontiere europee. E che i migranti vanno fermati, identificati e, eventualmente, accolti nei campi che, teoricamente, l’Unione Europea, in collaborazione con le organizzazioni Onu, dovrebbe far aprire nel Nordafrica o nell’Africa subsahariana. Ma, al di là delle risorse assai ingenti da destinare a un simile piano, la cosa non è affatto pacifica: la Tunisia è contraria, in Libia non vi è un potere centrale che possa imporre simili politiche. “Esternalizzare” il controllo di frontiera nell’area in questione, dunque, non è né facile né realizzabile nel breve periodo. E non solo per il fatto che per autorizzare centri in loco i paesi nordafricani chiederebbero un’esorbitante replica, in chiave econonica, dell’operazione Turchia con i siriani. Analoga difficoltà incontra la proposta del Presidente del Consiglio europeo Tusk, di dirottare le navi cariche di persone soccorse in mare verso Tunisia, Egitto o la Libia.

Insomma, al di là delle grida salviniane, il drammatico e complesso problema dell’immigrazione, mostra che non ci sono soluzioni semplici: come testimoniano la navi carichi di migranti della Guardia costiera, che continuino a arrivare nei porti italiani. E che solo le soluzioni multilaterali hanno qualche possibilità di riuscita. Il leader della Lega, invece, sembra continuare un’infinita campagna elettorale. Destinata a riportare presto il paese alle urne, nell’intento di liberarsi degli attoniti grillini. In una definitiva resa dei conti tra populisti.

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