Quotidiani locali

l’intervista 

Sigona: «La società anestetizzata dalla deriva securitaria»

Il docente italiano che insegna a Birmingham: una situazione già vista dieci anni fa con Berlusconi e Maroni. Ma oggi non esiste più nemmeno il tentativo di parlare di piani per l’integrazione

ROMA. «Questa scena l’ho già vista dieci anni fa: Berlusconi presidente del Consiglio, il leghista Maroni al Viminale, respingimenti dei migranti nel Mediterraneo e un decreto del governo sulla cosiddetta emergenza rom. All’epoca si spacciava il tutto come tentativo di integrazione, oggi non c’è nemmeno più quello: la narrativa securitaria sta stravincendo, mentre la società civile è quasi anestetizzata».

Nando Sigona, napoletano d’origine, è tra coloro che i Cinquestelle chiamerebbero cervelli in fuga: ricercatore a Oxford, docente a Birmingham, ha fondato centri e riviste di studi sul tema delle migrazioni e delle diversità. Su rom e sinti è uno dei massimi esperti in Europa.

Il decreto del 2008, dicevamo.

«Sì, fu una grande operazione mediatica che trasformava un fenomeno strutturale in un’emergenza. Il governo dichiarò lo stato di emergenza in cinque regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Lazio e Campania) e diede poteri speciali ai prefetti. Poi fece partire un censimento sugli abitanti dei campi che diede un risultato inatteso: erano solo 12mila. Se ne aspettavano molti di più, ma i numeri erano quelli… e così si inventarono una lettura propagandistica della vicenda, dicendo che i campi si erano svuotati proprio grazie alla minaccia del censimento. La realtà, invece, è che quando tu percepisci un gruppo come un problema sociale ne amplifichi sempre la presenza: è come se uno dicesse che c’è l’invasione dei senzatetto, perché li incontri per strada».

Quanti sono davvero rom, sinti e camminanti in Italia, tra chi vive in vere case e chi invece vive nei campi?

«I numeri variano tra le 120mila e le 170mila unità: diciamo in media uno ogni 400 abitanti. Di cui più della metà italiani. Ma sono stime a livello europeo, perché non ci sono dati precisi su base etnica: sul passaporto non c’è scritto a quale etnia appartieni. E così si aggiunge o si toglie a seconda degli eventi, perché è un tema – come dimostra anche il dibattito di queste ore – molto soggetto alle ondate emotive».

Gli italiani, ha detto ancora Matteo Salvini, purtroppo ce li dobbiamo invece tenere.

«Rispondo solo che gli italiani non hanno bisogno di nessun censimento, perché – essendo cittadini della Repubblica – hanno passaporti e carte d’identità come tutti. Sono soprattutto di etnia sinti nel nord Italia e rom nel centro, e quelli che vivono nei campi sono appena una minoranza: penso alla comunità di Firenze che vive nelle case popolari, o gli abruzzesi che vivono in appartamento, solo per dirne alcuni. E lo stesso vale per il pregiudizio secondo cui i rom non vogliono lavorare: ho raccontato storie di sindacalisti, di musicisti, di donne riunite in cooperativa che puliscono le case a Bolzano. Ma alla narrazione securitaria, come dicevo, fa comodo identificare un popolo intero con una sola parte».

Se però sono nomadi, ha detto la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, devono “nomadare”: aree attrezzate per 6 mesi, pagamento delle utenze e poi via.

«È un approccio tipico degli anni Settanta, quando rom e sinti si muovevano maggiormente: oggi sono molto più stabili, e nel frattempo sono anche arrivati quei profughi che – quando vivevano nella ex Jugoslavia, prima della guerra – erano già sedentari. Rom e sinti non significa necessariamente nomadi: spesso etichettarli così è una giustificazione per tenerli ai margini, per dire a noi stessi che li escludiamo solo perché essi stessi si vogliono escludere».

Chi vuole regole però non ci sta a passare per razzista. Cito Guido Crosetto, coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia: “Ritengo legittimo e logico che lo Stato abbia conto del nome, del luogo di residenza, dello stato di famiglia, della situazione patrimoniale e fiscale e delle loro variazioni nel tempo, di chiunque nasca o si trasferisca, non per periodi brevi, in Italia”.

«Crosetto forse ignora che queste regole esistono già. Degli italiani ho già detto – sono cittadini, hanno documenti come tutti gli altri, quindi il problema non sussiste – mentre per quanto riguarda i rumeni basta applicare le regole europee valide per ogni cittadino dell’Unione. Se viene un austriaco o un danese in Italia, ha il diritto di muoversi liberamente per i primi tre mesi, dopodiché deve provare la sua capacità di autonomia economica: è lo stesso che accade a noi italiani all’estero. Se queste norme venissero applicate a tutti i cittadini stranieri residenti in Italia,

indipendentemente dall’etnia, accompagnandole a misure per l’integrazione e contro le discriminazioni, non ci sarebbe nulla da dire. La schedatura etnica, invece, è un’altra cosa, e bisognerebbe spiegarlo a Salvini».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

TrovaRistorante

a Livorno Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGISTICA

Pubblica il tuo libro