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Come non alzare l'Iva? Mistero avvolto nel def


Un grande mistero ancora avvolge la politica economica del governo del cambiamento. Il voto di ieri sul Def, con l’approvazione della mozione di maggioranza, non ha detto come si farà ad evitare l’aumento dell’Iva previsto nelle clausole di salvaguardia. Però da ieri abbiamo qualche indizio e alcuni timori in più.

L’indizio è in una parola alla quale già le gestioni degli ultimi anni ci avevano abituato: flessibilità. Andremo a chiedere a Bruxelles la possibilità di fare più debito. Probabilmente il pareggio di bilancio sarà rinviato di un anno, e si insisterà sullo scorporo della spesa per investimenti dai calcoli dei tetti di deficit. Ma non è possibile finanziare totalmente la cancellazione degli aumenti dell’Iva con nuovo deficit: dato che quella clausola fu apposta proprio per legare le mani ai governi futuri e impedire loro di deviare dal risanamento di bilancio. E c’è anche da chiedersi se, ammesso che si vinca qualcosa nella complicata partita europea (che si intreccia con tutte le altre, da Schengen alle sanzioni alla Russia), sia corretto e giusto usare la flessibilità per questo scopo, laddove – come lo stesso ministro dell’Economia ha detto ieri in uno dei suoi primi discorsi pubblici istituzionali – meglio sarebbe indebitarsi per fare investimenti.

Ma in ogni caso e in qualche modo l’Iva sarà disinnescata: c’è un voto formale in tale senso, e non è una cosa da poco, visto che nella sua veste accademica l’attuale ministro aveva invece suggerito di lasciar aumentare l’Iva e di usare le relative risorse per finanziare la flat tax. Sarebbe stata una manovra redistributiva al rovescio, togliendo soldi ai ceti più poveri per darli ai più ricchi, e dunque è bene che sia sparita dallo scenario. Crescono però i timori su tutto il resto: se ancora non si trovano le risorse per salvarsi dall’Iva – 12 miliardi – è buio ancora più fitto sul dopo, su come pagare flat tax e reddito di cittadinanza. Ieri Tria ha menzionato quest’ultimo, e ha parlato anche della necessità di un “cambio di paradigma”. Che sarebbe salutare, dopo essersi avvitati per anni nella spirale crisi-austerità; ma che rimane un puro auspicio, se non trova strumenti concreti di attuazione, una volta tramontata definitivamente l’immagine combattiva e fracassona presentata in campagna elettorale riguardo all’Europa: stante la posizione dell’Italia sui mercati internazionali e nell’eurogruppo, Tria ha ribadito ieri la fedeltà al percorso di risanamento, e l’attuazione degli impegni.

Fatte le debite proporzioni, il professore di Tor Vergata sta assumendo lo stesso ruolo che aveva Padoan di fronte all’atteggiamento “pugni-sul-tavolo” di Renzi in Europa: rassicurare, tranquillizzare, garantire. Solo che Padoan poteva vantare in ciò una lunghissima carriera e forza internazionale, e tutto sommato le pretese dei partiti che lo sostenevano non erano eccessive; laddove il conto complessivo del “contratto di governo” supera i 100 miliardi.

E qui spuntano gli altri indizi della giornata politico-economica di ieri. Il ruolo di Tria, per cominciare, si va definendo come una terza faccia del governo, un po’ più defilata, ma in ascesa accanto a quelle dei due azionisti, ossia l’immagine rampante di Salvini e quella declinante di Di Maio.

Il ministro dell’economia ha un enorme potere, non solo per la partita che si gioca a Bruxelles ma anche per quelle che di qui a poco giocherà in casa, dovendo fare oltre 200 nomine pubbliche, tra ministero e società controllate. E il personaggio non è alieno dall’ambiente della politica romana, né sprovveduto come molti neoeletti.

Infine, gli indizi dell’assenza: le proposte rivoluzionarie di flat tax e reddito di cittadinanza, lo strano mix di un cavallo di battaglia della destra economica e di una parola d’ordine delle utopie radicali, sono per ora accantonate. Nel Def non ce n’è cenno per oggi, domani chissà. Si

sapeva che la loro realizzazione sarebbe stata molto difficile. Ma viene il sospetto che l’assillo di questi giorni su allarmi lontani dai temi economici (i migranti, i rom) torni utile, alla fine, anche per coprire la ritirata. O almeno, il rinvio.

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