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Il premier senza voce e i due alani da guardia


Nato dopo tre mesi di gestazione sofferta, il primo governo della Terza Repubblica ha debuttato tra scossoni e turbolenze. In due sole settimane di vita, infatti, si è già beccato la crisi della nave Aquarius, tuttora in giro nel Mediterraneo con destinazione Valencia, questione sulla quale Salvini si gioca la faccia e la sua prima scommessa; l’ennesima storia di mazzette, stavolta intorno al nuovo stadio della Roma, nella capitale amministrata dalla sindaca a 5 stelle Virginia Raggi eletta ...

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Nato dopo tre mesi di gestazione sofferta, il primo governo della Terza Repubblica ha debuttato tra scossoni e turbolenze. In due sole settimane di vita, infatti, si è già beccato la crisi della nave Aquarius, tuttora in giro nel Mediterraneo con destinazione Valencia, questione sulla quale Salvini si gioca la faccia e la sua prima scommessa; l’ennesima storia di mazzette, stavolta intorno al nuovo stadio della Roma, nella capitale amministrata dalla sindaca a 5 stelle Virginia Raggi eletta giusto due anni fa al grido «onestà, onestà»; e infine l’annuncio da parte di Mario Draghi della conclusione del “quantitative easing”, il piano di acquisto di titoli pubblici da parte della Bce che ha finora messo al riparo da ulteriori guai le banche e l’economia del Paese, ma la cui chiusura rende ora ancora più difficile rispettare le generose promesse della campagna elettorale. Allegria.

In queste vicende, il primo governo della Terza Repubblica ha mostrato più facce, e così talvolta è stato il governo Di Maio-Salvini-Conte, cioè, nell’ordine, dei due azionisti di riferimento firmatari del Contratto e del loro “esecutore”; poi Salvini-Di Maio-Conte quando il ministro dell’Interno ha minacciato la chiusura dei porti attirandosi le reprimende di mezza Europa, a cominciare dalla Francia di Macron; poi Conte-Di Maio-Salvini quando il premier è riuscito a ricucire con l’alleato francese. E vabbè, ma nascerà mai un governo Conte-Conte? Insomma, riuscirà il premier a marcare la sua piena autonomia dalla coppia di ferro Luigi & Matteo?

L’avvocato inaspettatamente catapultato a Palazzo Chigi brilla per afonìa: ha taciuto all’inizio, e quando ha parlato, come in aula per la fiducia, ha chiesto il permesso a Di Maio che gli sedeva accanto; e ha taciuto nel culmine della crisi Aquarius lasciando che fosse Salvini a imporre tempi, modi e contenuti della strategia sull’immigrazione. Nell’ombra però ha lavorato, anche con l’aiuto del Quirinale dal quale Conte ha ricevuto un importante patronage e sul quale può fare affidamento per contenere gli eccessi propagandistici del governo. È stato lui a tessere la tela per non perdere i contatti con il presidente francese e riaprire il dialogo partecipando al vertice di Parigi: le scuse formali all’Italia chieste ufficialmente da Salvini non sono mai arrivate, ma Conte ha giocato sull’interesse di Macron a trovare alleati per una misura di bilancio che sta molto a cuore a lui come a noi, non calcolare nel debito gli investimenti pubblici produttivi. Ma non basta, nemmeno questo fermerà Salvini.

La strategia comunicativa del leader della Lega impone infatti di tenere sempre alto il tono della polemica, forse sulla scia di Donald Trump nella sua versione italiana, anzi lombardo-veneta: lì i missili contro Kim, qui gli insulti contro la Tunisia; lì un tweet per far saltare il G7, qui un’uscita contro i neri dell’Aquarius “in crociera” e la riproposizione di un asse Roma-Berlino-Vienna dai tristi precedenti per sminuire il vertice italo-francese di Parigi. E sarà sempre di più così a mano a mano che le esigenze di governo costringeranno ogni ministro a misurarsi con inevitabili compromessi. E allora, stretta di mano o voce grossa?

Anche la vicenda delle mazzette romane, che coinvolge i due alani che fanno la guardia a Palazzo Chigi, offre al premier la possibilità di divincolarsi dalla morsa e imboccare una strada tutta sua. Però il vero banco di prova del governo, e delle capacità di Conte di farsi sentire, sarà la legge finanziaria, e dunque la chiusura dei conti 2018 e la manovra di bilancio per il 2019. Qui il ministro dell’Economia Tria, che con il beneplacito del Quirinale ha preso il posto del più sanguigno Paolo Savona, è stato chiarissimo, e per di più con parole e concetti che avrebbe potuto usare Pier Carlo Padoan: se terrà fede alle sue parole d’ordine – euro forever e conti sotto controllo – di flat tax, reddito di cittadinanza e nuova Fornero non si parlerà proprio, almeno nei modi cari a Di Maio & Salvini. A dicembre, poi, la fine del quantitative easing porrà ben altri problemi di copertura del debito, e allora si capirà meglio il destino del governo Conte. E del Paese.

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