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Immigrazione. Le profonde incoerenze dei governi dell'Europa


L’inizio dei mondiali, i villaggi dei Pirenei a rischio alluvioni per le piene dei fiumi, lo sciopero delle Ferrovie e le proteste dei pensionati: le uniche tracce dei dissidi con l’Italia, nell’informazione francese di ieri, arrivano a metà scaletta dei telegiornali e dei giornali radio e vengono piuttosto minimizzate. L’unica eccezione è il quotidiano cattolico La Croix, che apre parlando di «toni accesi» e di un’Europa «in piena confusione»: le accuse alla Francia sono pesanti, perché «pr ...

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L’inizio dei mondiali, i villaggi dei Pirenei a rischio alluvioni per le piene dei fiumi, lo sciopero delle Ferrovie e le proteste dei pensionati: le uniche tracce dei dissidi con l’Italia, nell’informazione francese di ieri, arrivano a metà scaletta dei telegiornali e dei giornali radio e vengono piuttosto minimizzate. L’unica eccezione è il quotidiano cattolico La Croix, che apre parlando di «toni accesi» e di un’Europa «in piena confusione»: le accuse alla Francia sono pesanti, perché «prima di criticare l’Italia avrebbe dovuto dare la propria disponibilità ad accogliere qualche naufrago», ma non mancano nemmeno quelle a Palazzo Chigi, rimproverato di «cinismo» perché «usa persone disperate per intraprendere una battaglia politica». Le decisioni del governo di Roma, conclude il giornale del cattolicesimo francese dialogante, «non rendono onore a un Paese che ha tenuto alti nei secoli i valori del cristianesimo e dell’umanesimo», e fanno pensare che a pilotare la politica italiana “non sia il primo ministro, ma il suo ministro dell’Interno, araldo dell’estrema destra».

Proprio contro l’estrema destra, arrivata al ballottaggio nelle presidenziali, La Croix aveva preso apertamente posizione lo scorso anno, spiegando che «di fronte al rischio di far vincere Marine Le Pen l’astensione non basta». Non immaginavano, giornalisti e lettori, che dopo un anno quella destra si sarebbe comunque impadronita del dibattito politico nazionale, e che Macron si sarebbe fatto risucchiare dalla paura di perdere voti: prima il divieto di attracco nei suoi porti, poi le frontiere chiuse a Ventimiglia, l’irruzione nella caserma di Bardonecchia, la vergogna della donna incinta morta dopo un respingimento; ora il divieto di mettere a disposizione i porti della Corsica nonostante la disponibilità del presidente dell’assemblea regionale. Anche per questo – per evitare cioè un’altra Calais, che probabilmente non saprebbe come governare – oggi l’Eliseo ha bisogno dell’Italia, così come l’Italia ha bisogno dell’appoggio francese se vuole un coinvolgimento maggiore dell’Europa.

Se cooperazione deve essere, insomma, si è partiti molto male: tanto male che, a guardarla da fuori, viene il dubbio che il nostro governo sia andato a cercare lo scontro per compattare gli italiani attorno alla neonata maggioranza, in nome di un rigurgito patriottico contro i rivali di sempre. Il contrario di quanto fatto finora, nonostante il ministro degli Esteri di oggi sia la stessa persona che dirigeva il dicastero degli Affari europei nel governo Monti, ma tant’è: per ricomporre la frittata c’è stato bisogno di un lavoro di fino da parte delle rispettive diplomazie.

I comunicati ufficiali sulla telefonata, pesati nelle virgole, si fermano nella terra di nessuno e lasciano margine alle interpretazioni di comodo: Conte porta a casa il gesto, Macron evita che si parli di scuse; il discorso serio riprenderà oggi a Parigi, dove la Francia chiederà a Palazzo Chigi di ignorare le sirene ungheresi e polacche e l’Italia, da parte sua, risponderà di essere costretta a cercare sponde nel gruppo di Visegrad dato che il resto dell’Unione la lascia sola. Sarà dunque un vertice di fioretto, più che di sciabola, e il rischio che si concluda in un nulla di fatto è abbastanza alto: ognuno dei due governi, infatti, è ostaggio delle proprie contraddizioni.

Ma è in tutta Europa, del resto, che la contraddizione regna, con i governi attraversati da incoerenze profonde. Si prenda la Spagna di Rajoy, in carica fino a dieci giorni fa: a Bruxelles appoggiava Juncker, del suo stesso partito popolare, e a Madrid ne impediva l’attuazione delle direttive, perché controproducenti elettoralmente.

E così, mentre la Commissione Ue parlava di quote e di equa ripartizione, la Moncloa non solo non le applicava, ma impediva anche ai sindaci di Valencia o Barcellona di accogliere migranti: per risolvere l’emergenza Aquarius c’è stato bisogno di un cambio di esecutivo, con la sinistra spagnola che ha tolto le castagne dal fuoco all’italica destra.

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