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Governo. L'opposizione non segna neanche a porta vuota


Bingo di Salvini: in dieci giorni problemi con la Tunisia, scontro con Malta, ferri corti con lo smemorato Macron. Si rivolta nella tomba Giulio Andreotti che si tenne buono Gheddafi anche dopo l’espulsione dalla Libia di 15mila italiani nel 1972. Inorridiscono i costituenti dell’ideale europeo: è allo sfascio l’unione politica tra gli Stati. Ma tant’è: il successo rende simpatici, scrive Chaplin nella sua biografia e il successo arride innegabilmente a Matteo Superstar. In alto mare con la chiusura dei porti, sulla terra ferma con la flat tax, va in onda la rivoluzione dei ricchi contro i poveri. Galleggiare sul “nero”, immigrazione e denuncia dei redditi, fa comodo a molti.

Non vogliamo parlare di chi dovrà suicidarsi per non governarci più: ipotesi non improbabile dopo il potenziale sorpasso leghista sui Cinque Stelle. Ci preme lo stallo delle opposizioni. Se non cambia la musica ascoltata in questi giorni vedremo il già visto: demonizzato per vent’anni Berlusconi, ora tocca a Di Maio, a Salvini e al loro amministratore delegato, il premier che doveva essere, finalmente, uno eletto dal popolo. Ci preme capire il ruolino di marcia della Terza Repubblica, cominciando dalla politica estera e finendo con la gioiosa macchina da deficit che abolizione della legge Fornero e reddito di cittadinanza alimenterebbero.

In tutti i distretti industriali del Nord Vincenzo Boccia ha raccontato che non si stava andando male, regnante Gentiloni. Lo ha fatto davanti ad assemblee di imprenditori che hanno votato per la Lega, delusi da Forza Italia, e per i neo grillini nauseati dal masochismo del Pd. Tralasciando, non ignorando il problema del debito pubblico, il grande capo della Confindustria ha narrato che negli scambi con il resto del mondo l’Italia nel 2017 registrava un surplus globale per 47 miliardi; che l’export aveva ripreso a correre; che i prodotti delle nostre fabbriche avevano battuto in volata quelli dei francesi; che la spesa corrente segnalava un calo del 3% commisurato al Pil. Peccato che il Paese si sia trovato improvvisamente, ma non imprevedibilmente sotto attacco finanziario e, se ha ragione Boccia, non certo per i problemi dell’economia reale. Non è vero che gli italiani non sanno votare, come ha detto il maestrone tedesco Oettinger. È vero che gli italiani non sanno più a chi votarsi. Ci rendiamo conto che per chi è stato ministro, addirittura presidente del Consiglio, ritrovarsi di punto in bianco nelle tribune dalla quali non si esulta, ma si fischia, è un triplo salto mortale. Oddio: sono trascorsi quasi cento giorni dal 4 marzo, gli sconfitti hanno avuto tutto il tempo di riflettere sulla sconfitta. Ma pare che negli spogliatoi nessuno dei commissari tecnici sia riuscito, fin qui, a ridare carica ai propri gladiatori. Alcuni sempre ubriachi di narcisismo, altri depressi, altri sempre con gli stessi argomenti. Non c’è riuscito Berlusconi, fantasma di se stesso. Attacca Salvini che ha dato via libera alla delega per le telecomunicazioni a Di Maio. Teme danni a Mediaset. Per il resto è incartato: la Lega è sua alleata in giunte regionali strategiche. Lombardia, Veneto, Liguria si reggono sul centrodestra vecchia maniera, basta che scivoli un mattone e addio Forza Italia.

Un colpo lo potrebbe battere solo la squadra del Pd, ma voi avete capito chi sta seduto sulla sua panchina? Noi no. Renzi gira il mondo come conferenziere pagato, ma non molla lo scettro. Gentiloni è quasi sparito dai radar, Calenda difende la maglia dalla Berlinguer e da Floris, il povero Martina porta la croce delle dichiarazioni ufficiali che i tg impastano nei servizi usa a getta. L’unico che ha avuto la forza di controbattere con argomenti politici al discorso di Conte in Parlamento è stato

Delrio. Poi c’è l’oriundo Fico che non è di lotta, ma di governo. Nessuno di questi personaggi in cerca d’autore sembra avere il fiuto del gol, restando in tema calcistico. Nonostante la porta avversaria sia vuota. O piena di ballon d’essai.

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