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Il Principe, il gol e le notti magiche

Il Principe, il gol e le notti magiche

"Era la seconda partita, la davano per facile e invece..."

Che talento Giuseppe Giannini. Nell’era pre-Francesco Totti il numero 10 della Roma lo ha portato alla grande. E anche con la maglia azzurra, prima quella dell’Under 21, poi della nazionale maggiore, ha regalato sprazzi di bel gioco. Con l’eleganza che gli ha fatto meritare il soprannome di Principe. E quel 14 giugno del 1990, il giorno di Italia-Stati Uniti si è superato: ha realizzato la rete decisiva davanti ai suoi tifosi.

Per l’Italia è la seconda gara del Mondiale. La prima, sofferta, è stata vinta di misura con l’Austria: il gol, nel finale, di Totò Schillaci, che fa tirare a tutti un sospiro di sollievo per poi esultare con gli occhi spiritati. Si gioca allo stadio Olimpico di Roma, stessa sede del match con gli americani. Che arrivano dalla batosta subita a Firenze dalla Cecoslovacchia (5-1, gol della bandiera di Caligiuri) e che sono pronti a vendere cara la pelle, a partire dal portiere, di sangue irpino, Tony Meola. «Le vigilie delle mie partite, in quei giorni, erano tutte molto simili: erano accompagnate da grande emozione e grande senso di responsabilità», racconta oggi Giannini. «In quegli anni l’Olimpico era il mio stadio, quando lo raggiungevamo in pullman vedevi che i tifosi sventolavano le bandiere dell’Italia, ma anche quelle della Roma. E a me, che ero l’unico giallorosso della squadra, quel sentirsi gli occhi puntati addosso dava una carica ulteriore, con la voglia di non deludere che cresceva man mano che ci si avvicinava al fischio di inizio».

E dopo undici minuti il Principe colpisce: Donadoni serve Vialli, che lascia passare la sfera con una finta, arriva Giannini, che controlla, salta un avversario con un colpo sotto e fulmina Meola con un sinistro micidiale non appena entrato in area. «Tutto molto bello!» chiosa Bruno Pizzul, che ha ereditato il microfono più importante, quello che narra le gesta della Nazionale, dal maestro Nando Martellini. «È stata un’azione ben strutturata. La partita era importante e siamo stati bravi a non sottovalutare l’impegno. Dovevamo per forza proseguire a ottenere risultati positivi per fare crescere l’entusiasmo tra di noi e tra la gente». E c’era anche la stampa, che sia pur non in modo compatto, reclamava la goleada contro una selezione considerata poco competitiva. «Ma noi sapevamo che non ci si qualifica per i Mondiali per caso. E soprattutto che una grande squadra è quella che sa gestire le situazioni e le energie psico-fisiche. Noi, è inutile negarlo, puntavamo a giocare sette partite, perché volevamo arrivare fino in fondo al torneo: non sono poche se le devi affrontare in un mese. Con gli Stati Uniti era importante il risultato, ma anche non farsi male».

Chi, quella sera, ha le polveri bagnate è Gianluca Vialli, attesissimo da tutti. Ma l’attaccante cremonese, allora in forza alla Sampdoria, calcia sul palo il rigore conquistato da Nicola Berti. E così, non senza sofferenze, con Walter Zenga che si salva con istinto e fortuna sul tentativo sotto porta di Peter Vermes, si arriva alla fine tra qualche fischio dei tifosi ma con la vittoria. Di misura e firmata da Giannini. «Certo, a livello personale, è stato splendido segnare la mia prima rete in un campionato del mondo proprio a Roma. Ma è naturale che il ricordo è reso amaro dall’esito del torneo. Fu un vero peccato non vincere il titolo: siamo arrivati al terzo posto senza mai perdere una partita e subendo una rete soltanto. Purtroppo ci è mancato l’ultimo passo. L’Argentina, che ci eliminò, giocò la finale con la Germania, ma nel primo girone subì una sconfitta (con il Camerun, nella gara inaugurale a Milano, ndr): a volte certi meccanismi non premiano la squadra più forte o una delle più forti, come di sicuro era l’Italia».

Formazione plasmata da Azeglio Vicini, l’allenatore romagnolo scomparso a fine gennaio. «Un tecnico che ha lasciato una traccia molto importante, sia con l’Under 21 sia con la nazionale maggiore» il ricordo del suo ex calciatore.

Dopo gli Stati Uniti, l’Italia sconfigge in rapida successione la Cecoslovacchia (2-0 con gol di Schillaci ed eurogol di Roberto Baggio), guadagnandosi il primo posto nel girone, l’Uruguay, eliminato agli ottavi grazie alla doppietta dello scatenato attaccante palermitano, e l’Irlanda, di cui gli azzurri si sbarazzano grazie al solito Schillaci, capace di segnare l’unica rete dell’incontro, che come tutti gli altri si gioca a Roma. Il 30 giugno, però, a Napoli, contro l’Argentina, si materializza l’incubo. Un colpo di testa di Caniggia pareggia il gol dell’incontenibile Totò e si va ai rigori, che Roberto Donadoni e Aldo Serena falliscono, consentendo ai sudamericani di approdare alla finale. Agli azzurri non resta che la finalina per il terzo e il quarto posto.

A Bari, contro l’Inghilterra, arriva una delle vittorie più amare e inutili nella storia del nostro calcio: un 2-1, con reti di Roberto Baggio e Schillaci, che non può certo fare felici visti i presupposti del Mondiale giocato in casa.

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