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Così una partita divenne leggenda

Boninsegna: «La gara più straordinaria di sempre» 

Come si fa a raccontare una giornata da leggenda? Con toni epici, roba da scomodare Omero, magari Virgilio. Quel poeta nato a Mantova e capace poi di scrivere l’Eneide. Una strada percorsa anche da un altro mantovano doc come Roberto Boninsegna. Il bomber per eccellenza, l’attaccante dei sogni. Un uomo pane al pane vino al vino che non potendo prendere carta e penna per emulare il suo concittadino più illustre decise di mettersi un paio di scarpe da pallone per inseguire il sogno Mondiale. C ...

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Come si fa a raccontare una giornata da leggenda? Con toni epici, roba da scomodare Omero, magari Virgilio. Quel poeta nato a Mantova e capace poi di scrivere l’Eneide. Una strada percorsa anche da un altro mantovano doc come Roberto Boninsegna. Il bomber per eccellenza, l’attaccante dei sogni. Un uomo pane al pane vino al vino che non potendo prendere carta e penna per emulare il suo concittadino più illustre decise di mettersi un paio di scarpe da pallone per inseguire il sogno Mondiale. Ci andò vicino in quell’estate torrida del 1970, in Messico. Sfiorò la Coppa del Mondo, ma la delusione per la sconfitta fu in parte mitigata con l’ingresso nei libri di storia. La semifinale indimenticabile, la partita del secolo. Italia-Germania 4-3, basta il risultato per dire tutto: «Una partita che non si può dimenticare – racconta Boninsegna – tanto che per tutto il mondo divenne la gara più straordinaria mai giocata. E pensare che fino al 92’ fu un match normalissimo, per certi versi bruttino...». Gol di Boninsegna in avvio, poi catenaccio stoico senza perdere mai la bussola. Mai, fino all’ultimo minuto di recupero: «Impostammo una partita attenta – continua il Bobo – fummo bravi a sbloccarla con un mio gol e poi tutti dietro e gioco all’italiana. Massima attenzione sulle marcature, avevamo gente di temperamento come Facchetti e Burngich: non era facile passare per la Germania. Sembrava fatta, poi arrivò quel gol di Schnellinger (che esordì in Italia proprio con il Mantova, vai a capire i casi della vita, ndr) e cambiò tutto. Cambiò la nostra storia e anche un po’ la storia del calcio». Una zampata del terzino tedesco e tanti saluti alla festa per un’Italia che aveva già la testa alla finalissima con il Brasile: «Sapevamo che i brasiliani stavano vincendo 3-1, noi ci sentivamo sicuri. Non dico tranquilli, perché la Germania aveva giocatori fortissimi. Però ormai era fatta. In campo non posso dire quante maledizioni abbiamo tirato a Schnellinger. Però con il senno di poi lo dobbiamo ringraziare un po’ tutti, perché senza quel gol allo scadere non saremmo stati protagonisti di una delle pagine più straordinarie del calcio». Supplementari al cardiopalma. Cinque gol nel giro di 30 minuti, dalle stelle alle stalle e poi ritorno. Segna Muller dopo una topica azzurra in difesa, rimedia Burgnich grazie a un regalo dei tedeschi. Poi sale in cattedra Rombo di Tuono Riva che con una staffilata riporta avanti l’Italia. Ma non è finita, perché su un corner dalla destra arriva la spizzata di Muller. Rivera non copre il palo, Albertosi lo scuote e gli impone di rimediare. E il Golden Boy risponde presente, segnando su assist di Boninsegna il gol del definitivo 4-3. Apoteosi: «Negli spogliatoi eravamo al settimo cielo – commenta il bomber – da non crederci. Ci hanno pure messo una targa su quello stadio per ricordare quello che successe».

Va ricordato il contesto generale di quel Mondiale del 1970. Si giocava in Messico, ad altitudini fuori dalla norma. Caldo, difficoltà di respirazione. Un delirio per tutti: «Avevamo fatto un paio di amichevoli da quelle parti prima del Mondiale – afferma Boninsegna – e quindi sapevamo bene a cosa saremmo andati incontro. C’erano momenti in cui ti mancava letteralmente il fiato. Ti dovevi fermare per riprenderti».

Dopo quattro giorni la finalissima sempre all’Azteca davanti a 107mila spettatori. Di fronte il Brasile, l’Italia aveva però la spia della riserva accesa: «Però un po’ di rammarico c’è ancora riguardo a quella finale – confida Roberto Boninsegna – perché nel primo tempo restammo in partita alla grande. Segnò Pelé, pareggiai io. E in avvio di ripresa arrivò pure una bella occasione per il controsorpasso. Quando però prendemmo il 2-1 si spense la luce. Pagammo lo sforzo di quell’incredibile supplementare con la Germania. Il problema però fu a monte. Valcareggi sbagliò clamorosamente la gestione della partita e delle risorse». Il ct infatti fu l’uomo che inventò la famigerata staffetta tra Mazzola e Rivera: «Se c’era una partita in cui Rivera doveva giocare dall’inizio alla fine era proprio la finale. Prima di entrare in campo ricordo Pelé che diceva: “Se questi tengono in panchina uno come Gianni, chissà quanto sono forti gli altri”. Rivera era il Pallone d’Oro in carica e fece solo sei minuti in quella partita. Entrò al mio posto, ma ormai era finita. C’era Domenghini che era distrutto, non si reggeva più in piedi. Sarebbe bastato spostare Mazzola sulla fascia e mettere Gianni davanti con me e Riva. Invece niente. Valcareggi non si schiodò dalle sue convinzioni. Non ci furono grosse polemiche solo perché Rivera non disse nulla. Una persona corretta e pacata, un uomo d’altri tempi Gianni. Se fosse capitato a me...». Sono passati quasi 50 anni ma l’amaro in bocca al Bobo è rimasto. Ma nel cuore c’è anche quella targa, fuori dallo stadio: “L’Azteca rende omaggio a Italia e Germania, protagoniste della partita del secolo”. Roba da libri di storia. Roba che non si dimentica.

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