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Caccia all’uomo una vera corrida

Lorenzo Buffon: «Loro picchiavano, noi espulsi»

Storie di una Nazionale che doveva riscattarsi, puntando anche sugli oriundi, di un ct che non scelse la migliore formazione nel giorno chiave, di un Buffon castigato da un arbitro inglese. Sembra la cronaca dei giorni nostri. Sembra. «Io alla fine andai lo stesso a stringere la mano al signor Aston», racconta Lorenzo Buffon, classe 1929, nella sua casa di Latisana, là dove la pianura friulana si prepara a toccare il mare. Cugino di secondo grado del nonno di Gigi, portiere di Milan, Genoa, Inter e Fiorentina, cinque scudetti e due coppe Latina (l’antenata della Champions) in bacheca, era il capitano dell’Italia ai Mondiali del 1962, quelli che nella memoria restano scolpiti esclusivamente per la famosa battaglia di Santiago, una clamorosa rissa, più che una partita di calcio. «Eppure eravamo una Nazionale fortissima. No, non voglio fare polemica a oltre cinquant’anni di distanza. Non l’ho fatto allora, resisto adesso. Dico solo che sono forse l’unico portiere eliminato dai Mondiali senza aver subito neppure un gol». Touché.

Lo scenario è estremamente intricato. Partiamo dall’Italia. Era effettivamente una delle possibili pretendenti alla vittoria finale, anche se non la favorita numero uno. Gli azzurri arrivarono in Cile dopo una fase di qualificazione tutto sommato semplice, battendo nello spareggio Israele nell’autunno del ’61: 4-2 in rimonta a Tel-Aviv e un secco 6-0 a Torino, dove Omar Sivori ne fa quattro. Il gaucho di San Nicolás de los Arroyos è uno degli oriundi vestiti d’azzurro per dimenticare la delusione dell’eliminazione alla fase finale del 1958, l’ultima prima di quella firmata Gian Piero Ventura. E anche allora la guida tecnica non fu esente da critiche. Il titolare era Paolo Mazza, presidente, talent scout, allenatore della Spal dall’ultimo dopoguerra agli Anni Settanta. Ma su quella panchina, nelle intenzioni della Federcalcio, doveva sedere un triumvirato, completato dal veterano Giovanni Ferrari (campione del mondo nel ’34 e nel ’38) e da Helenio Herrera, dal 1960 all’Inter. Dopo pochi mesi, però, HH abbandonò l’incarico per seguire il tintinnio delle pesetas spagnole.

Morale della favola, l’Italia si presenta alla fase finale con un “mezzo” ct e accompagnata da tutta una serie di polemiche. Gli inviati del Corriere della Sera, Antonio Ghirelli, e de La Nazione, Carlo Pizzinelli, nelle loro corrispondenze pre-Mondiale non furono teneri nella descrizione del Cile: «Uno dei paesi sottosviluppati del mondo e afflitto da tutti i mali possibili: denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria», scrissero. Per vie traverse il Paese andino legge le traduzioni e accoglie gli azzurri tra i fischi: «A dire il vero non erano migliaia. Qualche decina di persone. Piuttosto arrabbiate», racconta Lorenzo Buffon ripescando nella memoria le scene dell’atterraggio della Nazionale a Santiago del Cile prima di finire in una scuola, adibita a ritiro. «Da lì quasi ogni giorno partivo per mettere delle corone di fiori sotto i principali monumenti della capitale», aggiunge ancora quello che era il capitano degli azzurri. Azzurri che tentarono l’operazione simpatia anche prima di affrontare la Germania Ovest: finì 0-0 dopo il 3-1 del giorno prima tra i padroni di casa e la Svizzera. Un risultato che lasciava aperte molte strade ma che “destabilizzò” il duo Mazza-Ferrari che decise di ruotare ben sette uomini per Cile-Italia del 2 giugno. In campo David, Tumburus, Janich, Mora, Maschio e Mattrel, fuori Losi, Maldini, Radice, Rivera e Sivori, oltre al nostro Buffon: «Mi accomodai in panchina, ero il capitano, gli altri in tribuna, in quei 90’ accadde di tutto».

Dopo 12 minuti, alla prima zuffa, mentre i 66 mila dell’Estadio Nacional alimentavano il clima da corrida, Giorgio Ferrini era già negli spogliatoi. E nel parapiglia l’oriundo argentino Maschio colpì al volto l’attaccante della Roja, Leonel Sanchez che al 38’ si rifa con gli interessi dopo un duello con il milanista David, sferrandogli un pugno in faccia che l’arbitro Aston non vede. «Su quella fascia volarono davvero dei colpi proibiti», sottolinea Buffon, tanto che nell’azione successiva l’azzurro alza la gamba in gioco pericoloso, tocca il cileno sulla spalla e finisce a sua volta, al 41’, sotto la doccia. Italia in nove, anzi in otto e mezzo, visto che l’implacabile Sanchez riesce anche a rompere il setto nasale a Maschio che resta in campo per onor di firma (le sostituzioni non erano ancora ammesse). Nella ripresa le due banderillas del Cile, i gol di Ramírez e Toro, al 74’e all’88’. Risultato che costringe l’Italia a battere la Svizzera, sconfitta anche dai tedeschi per 2-1, e sperare in una partita vera tra Germania e Cile. Gli andini, però, ci fanno l’ultimo regalino: lasciano il piatto a Seeler e compagni (2-0) e rendono inutile il nostro 3-0 ai rossocrociati. «Fu una delusione, ricordo ancora il mio discorso in spogliatoio – aggiunge Buffon che tornò titolare per quella che è la sua ultima partita in azzurro –. C’è ancora una speranza, dissi. La verità era che ai cileni non interessava vincere per noi. Peccato. Peccato anche per quel clima: il Cile me lo ricordo tutt’altro che triste e arretrato». Adios Italia.

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