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L'assist di Trump ai tribuni della plebe


I populisti si annusano. E si cercano. A ogni latitudine. Non stupisce, così, che al G7 canadese il “guastavertici” Trump abbia trovato sponda in Conte. Del resto, le sperticate lodi al governo Lega-M5S dell’ideologo del neopopulismo a stelle e strisce Bannon non lasciavano dubbi sulla natura delle correnti che scorrono, oggi, lungo l’Atlantico.

Ma si illudono, i populisti nostrani, se pensano che il fautore dell’American First!, l’America prima!, che regna alla Casa Bianca, guardi a una preferenziale partnership tra la Washington dei “dimenticati” e la Roma dei nuovi “tribuni della plebe”. Per Trump, che da acceso sovranista aborre ogni forma di multilateralismo, contano gli interessi nazionali. Poco importa, con chi ci si accompagna per perseguirli. Una spregiudicatezza tattica che presume un alto tasso di infedeltà nelle relazioni.

Così, se sul rapporto con la Russia, e sul suo ritorno nel G8, Trump ha un alleato nell’Italia legastellata, così schierata per simpatie ideologiche di Salvini oltre che per i concreti interessi del blocco sociale del Nord favorevole alla fine delle sanzioni, di fronte a altri dossier il colpo di fulmine del Quebec rischia di esaurire la sua energia. Come si vedrà, presto sul caso Iran, nel quale gli interessi italiani in gioco sono cospicui. Francia e Germania diranno, nella circostanza, “no” a nuove sanzioni, oltre che “sì” al rispetto del trattato sul nucleare, mentre gli Stati Uniti, che quell’accordo hanno denunciato, chiederanno pesanti misure contro Teheran. Allora Conte, o chi per lui a Palazzo Chigi, dovrà scegliere tra alleati europei e Putin, contrario a misure contro l’alleato iraniano, da una parte e Trump dall’altra. Facile, se non si teorizzano assi preferenziali, difficile se si pensa che il gioco diplomatico sia a somma zero. In ogni caso, inutile illudersi: sui rapporti Usa con Russia e Iran, la parola definitiva spetta ai militari insediati alla Casa Bianca e non al presidente o alla sua famiglia.

Insomma, nonostante l’occhiolino di The Donald a Conte, più che di un asse si tratta di un assist che rischia di finire fuori campo nelle prossime partite. A un costo, oltretutto, esorbitante. La sterzata filotrumpiana del governo legastellato accentua la diffidenza di Francia e Germania verso l’Italia populista. E, nei prossimi mesi, finito il quantitative easing e, probabilmente, con un governatore tedesco alla Bce deciso a porre fine alle politiche monetarie di Draghi e lo spread alle stelle, Roma avrà assai bisogno di Parigi e Berlino. Se vorrà perseguire non tanto le, irrealizzabili, promesse del “contratto” ma, solo, quei margini di sforamento del bilancio consentiti ai precedenti governi. Non a caso, al G7, l’Italia ha poi dovuto convergere, sulla vicenda russa, sulle posizioni degli alleati europei.

Ritenere che, in simili frangenti, la relazione con Trump possa “proteggere” l’Italia da Macron e Merkel è ardito. Non solo perché fra qualche mese, dopo le elezioni di mezzo mandato, il presidente Usa potrebbe essere una lame duck, un’anatra zoppa, privata del controllo del Congresso; ma perché, nella sua stessa amministrazione, deve fare i conti con apparati militari e di intelligence che puntano al contenimento della Russia. Un “stato profondo” che può concedere la riammissione di Putin al rinato G8 ma non scelte che cozzino contro una visione strategica consolidata. Anche perché su Trump si proietta sempre la minacciosa ombra del Russiagate. La nota contrarietà dell’America trumpiana a un accordo sul clima, che pure dovrebbe stare a cuore ai pentastellati, mostra, poi, la difficoltà di un’alleanza tra affini in chiave antieuropea.

Quel che è certo è che, incontri bilaterali o inviti alla Casa Bianca, la politica del governo legastellato, rischia di favorire i progetti di chi, a Washington, mira a spezzare l’Unione Europa.

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