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Il crepuscolo del nostro calcio (e non solamente di quello)

Per la prima volta dopo 60 anni al Mondiale non ci sarà l’Italia. La storia di un fallimento sportivo e politico con tutto quel che segue

Sì, questa foto fa male, attizza il fuoco della nostalgia, fa riflettere, rende plastico il concetto del dramma sportivo di un Mondiale di calcio senza l’Italia. Lo sapevamo dallo scorso 13 novembre e avevamo più che un timore anche prima di quella doppia partita con la Svezia che ha sancito la retrocessione nella Serie B del mondo del nostro pallone polveroso e parruccone che ancora si crede di essere grande e invece continua a non voler prendere atto di essere poca cosa.

Certo, lo sapevamo ...

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Sì, questa foto fa male, attizza il fuoco della nostalgia, fa riflettere, rende plastico il concetto del dramma sportivo di un Mondiale di calcio senza l’Italia. Lo sapevamo dallo scorso 13 novembre e avevamo più che un timore anche prima di quella doppia partita con la Svezia che ha sancito la retrocessione nella Serie B del mondo del nostro pallone polveroso e parruccone che ancora si crede di essere grande e invece continua a non voler prendere atto di essere poca cosa.

Certo, lo sapevamo ma adesso è dura vivere questo momento inedito o quasi. L’ultima volta “senza” era stata 60 anni fa, Mondiale 1958, quello svedese dell’esplosione di Pelé e della nostra eliminazione prematura da parte dell’Irlanda del Nord. E prima ancora era accaduto solo all’edizione inaugurale, quella del 1930 in Uruguay. Solo il Brasile non è mai mancato, noi e la Germania ne avevamo saltati due in epoche lontane, insomma eravamo parte dell’arredo e ora il dolore (sportivo) non è facile da metabolizzare.

Questa foto fa male, perché non è quella dei primi due Mondiali ante-guerra, quelli di Vittorio Pozzo e di un calcio d’altri tempi, non è neanche quella del Mondiale più bello e sorprendente, inatteso, quello del 1982, dei magnifici ragazzi di Enzo Bearzot, del “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo” scandito con voce ferma e commossa da Nando Martellini.

No, questa è una foto del 2006, appena 12 anni fa. Alcuni di quei volti nella foto e quelli di altri calciatori che fecero parte della spedizione in Germania sono ancora in giro per i campi di calcio o hanno appena smesso di calcarli. Quei volti rappresentano l’ultima Italia vincente, l’ultima nidiata di campioni e di gregari capaci di essere speciali nei giorni giusti. Dopo è stato il vuoto, i due Mondiali successivi sono stati un pianto, sempre ultimi fra gli ultimi, un disastro senza attenuanti. Le illusioni rappresentate da due Europei dignitosi, uno addirittura concluso in finale, avevano dato la falsa speranza di un momento altalenante. Invece no, il crepuscolo cominciò proprio quella sera in cui il cielo di Berlino si tinse di azzurro e il capitano Fabio Cannavaro puntò verso le stelle quella coppa che adesso appare un miraggio.

Da allora l’italico pallone ha vissuto di rendita, in mano a dirigenti incapaci e attaccati alle poltrone, collezionato disastri, scandali e sberleffi. Per due volte hanno respinto le candidature a organizzare un Europeo, ci hanno squalificato anche un presidente federale per razzismo ma l’allarme non è mai stato colto.

L’immagine inflazionata dell’orchestra che continua a suonare sulla tolda del Titanic che sta per affondare purtroppo è quella più efficace a rappresentare la fase recente dell’italico pallone. È la foto del crepuscolo di un intero movimento e anche di un Paese che non ha saputo ribellarsi, un po’ perché illuso da dosi massicce di passione popolare e un po’ perché ostaggio di un sistema di potere che è basato sulla conservazione di se stesso, grazie anche alla complicità di una disinformatija che negli anni ha spacciato bidoni per campioni. E che non ha capito che gli ultimi trionfi internazionali di squadre di club (le Champions di Milan e Inter nel 2007 e 2010) erano parte di una bolla finanziaria e tecnica, nel caso dei nerazzurri anche di una squadra con pochi italiani.

Adesso il danno è fatto. Non solo al calcio, la nostra economia ci rimetterà qualche miliardo anche nell’indotto solitamente legato all’evento. La risalita sarà lunga: sarà meno perigliosa se ci sarà la consapevolezza del disastro, se saranno spazzate via dannose connivenze a livello di dirigenti, se ci sarà una ricetta seria di risanamento anche economico. Per il resto non siamo proprio al disastro, stiamo attraversando una delle epoche peggiori ma di calcio ancora un po’ ne sappiamo. In questo momento sportivamente triste ci è sembrato giusto tentare di ritirarci un po’ su con il racconto – nel primo dei due inserti in edicola – di dieci grandi partite degli azzurri ai Mondiali: una scelta difficile perché non erano le sole da ricordare. Nulla che possa lenire il dolore, nulla che possa cambiare l’ordine delle cose. Solo un modo per sognare a ritroso: quando tutto va male un po’ aiuta.

twitter: @s_tamburini

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