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Nessun affondo da Conte, il vincitore è Mattarella


Il discorso programmatico del professor Conte non ha chiarito la futura politica europea dell’Italia, ma mirava a rassicurare i partner, i mercati e i cittadini. Il 27 maggio Mattarella si era rifiutato di nominare il Savona ministro dell’Economia in quanto «sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro. (...) Quella dell’adesione all’Euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro Paese e dei nostri giovani: se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento. Anche perché si tratta di un tema che non è stato in primo piano durante la recente campagna elettorale».

Il discorso di Conte ha recepito il messaggio. Il premier ha dato un colpo al cerchio e uno alla botte, promettendo insieme crescita e riduzione del debito, nel «quadro di stabilità finanziaria e di fiducia dei mercati». Chi non sottoscriverebbe questi obiettivi, nel più assoluto silenzio sui mezzi per realizzarli?

Sulla riforma dell’eurozona la linea è vaga ma europeista: «Gli interessi dell’Italia (...) coincidono con gli interessi generali dell’Europa e con l’obiettivo di prevenire un suo eventuale declino. L’Europa è la nostra casa. Quale Paese fondatore abbiamo il pieno titolo di rivendicare un’Europa più forte e anche più equa, nella quale l’Unione economica e monetaria sia orientata a tutelare i bisogni dei cittadini, per bilanciare più efficacemente i principi di responsabilità e di solidarietà». Avrebbe potuto scriverlo Gentiloni o Padoan. La richiesta «di rafforzare, all’interno delle strutture sovranazionali, i processi di legittimazione democratica, potenziando le istituzioni rappresentative della volontà dei popoli», cioè il Parlamento europeo, l’unica istituzione dell’Ue eletta a suffragio universale diretto, è una storica tradizionale richiesta italiana, di cui il sostenitore più tenace è Napolitano.

L’eccezione è stato l’affondo pro-Russia e contro le sanzioni. Un tema su cui l’Italia rischia di ritrovarsi piuttosto isolata – e quindi innocua – in ambito europeo e occidentale. Conte ha ribadito la fedeltà alla Nato e l’alleanza con gli Usa. Rispetto alla globalizzazione ha riconosciuto che la politica «stenta a governare processi sociali ed economici così complessi e integrati»: un’implicita negazione della retorica sovranista leghista. Contro la proposta in discussione di riforma degli accordi di Dublino, sostenuta dai Paesi di Visegrad amici di Salvini e contraria agli interessi italiani, si era già schierato il governo Gentiloni con Minniti, e c’è dunque piena continuità su questo punto.

Insomma: niente sparate contro l’Europa e l’euro. Al Senato Savona sembrava a un funerale e Moavero a un matrimonio. Ma le parole, specie se vaghe, contano poco. Quale sia la posizione del governo sulla riforma dell’eurozona nessuno lo sa, e tutta Europa se lo chiede. Bisognerà vedere le nomine di vice-ministri e sottosegretari e le decisioni concrete. Tesoro e Politiche europee, ministeri chiave per la politica europea, sono andati alla Lega. Un governo ulteriormente infarcito di no-euro come Borghi e Bagnai in posti chiave darebbe l’idea di star preparando il famigerato e masochistico Piano B e renderebbe difficile il dialogo con i partners. L’uscita di Salvini sull’alleanza con Orban fa temere il peggio.

È da attendersi una continua moral suasion da parte del Presidente della Repubblica. Ma può darsi che – come accaduto ad altri andati al potere sulla scia di una campagna elettorale e di un programma nazionalista, come Mitterrand o Chirac in Francia – una volta al governo si accorgano, soprattutto il M5S, che l’ancoraggio europeo è stato e continua ad essere indispensabile

per la nostra stabilità, modernizzazione e per contribuire al superamento di alcuni limiti strutturali del Paese. Sarebbe un primo segno di realismo. Si spera ne seguano altri, che porterebbero alla continuità della linea europeista dell’Italia.

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