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Quando la narrazione conta più dei fatti reali


C’erano due file venerdì sera nei giardini del Quirinale: la solita, lunghissima, di quanti volevano salutare e ringraziare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e un’altra, più corta e visibilmente d’età media più bassa, che radunava quanti avevano fretta di fare la conoscenza del nuovo presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Una novità assoluta nella ritualità del ricevimento che precede il 2 giugno. Sabato, poi, durante la parata ai Fori Imperiali il nuovo premier ha tenuto u ...

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C’erano due file venerdì sera nei giardini del Quirinale: la solita, lunghissima, di quanti volevano salutare e ringraziare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e un’altra, più corta e visibilmente d’età media più bassa, che radunava quanti avevano fretta di fare la conoscenza del nuovo presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Una novità assoluta nella ritualità del ricevimento che precede il 2 giugno. Sabato, poi, durante la parata ai Fori Imperiali il nuovo premier ha tenuto un frequentatissimo selfie-shooting. Entrambe idee di Rocco Casalino, capo della comunicazione del M5S e futuro buttadentro di Palazzo Chigi. L’obiettivo esplicito delle estemporanee iniziative è dare immediata evidenza al cambio di mano alla guida del paese, ufficializzato con il giuramento del governo legastellato: al Quirinale davanti a buona parte della classe dirigente (politici, imprenditori, magistrati, alti funzionari di enti pubblici, comunicatori, comandanti delle forze armate); ai Fori per cominciare a costruire un’immagine popolare del nuovo capo dell’esecutivo.

Le celebrazioni della Repubblica sono così diventate la festa delle nozze Lega-M5S dopo ottantanove giorni – tanti ne sono trascorsi dai risultati elettorali del 4 marzo – che erano apparsi, absit iniuria verbis, una sorta di bigino aggiornato dei Promessi Sposi. Quando in autunno i Cinquestelle fecero in modo di far mancare i voti necessari all’approvazione dello ius soli, in molti capimmo che i due movimenti populisti s’erano fidanzati e che prima o poi il matrimonio si sarebbe fatto. Ora sta a Renzo (Salvini) e Lucia (Di Maio) compiere quanto Manzoni indicava nelle ultime righe del suo romanzo: “E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro”. Che i nuovi ministri imparino in fretta a governare e mantengano le promesse fatte in campagna elettorale, a cominciare dalle due che più hanno inciso sulle scelte dei cittadini al momento del voto: la flat tax e il reddito di cittadinanza.

Se ciò non accadesse, le scuse servirebbero a poco. A meno di miracoli. Da una parte, infatti, l’elettorato italiano, finito il tempo delle ideologie, non sembra più disposto a perdonare qualsiasi errore perché c’è una condivisione di visione. Dall’altra, in questi anni abbiamo capito che, più dei fatti, a contare è la narrazione. Dal 2013 a raccontare meglio di tutti la loro versione della realtà del paese sono stati la Lega e il Movimento 5 Stelle, i soli dotati di strutture di comunicazione efficienti e, nel caso del secondo gruppo politico, con un potere reale superiore a quello degli eletti. Se Salvini conta sugli agguerriti comunicatori, soprattutto social, guidati da Iva Garibaldi, sono la Casaleggio Associati e Rocco Casalino a dirigere le esternazioni di Di Maio e, da tre giorni, di Conte. Venuto il tempo del governo, la loro missione è tenere i frontmen nel palinsesto quotidiano dei media tradizionali e nella parta alta del flusso dei social, usando tutte le piattaforme e sfruttando ogni occasione: com’è già accaduto con l’ingresso in diretta streaming di Di Maio al ministero dello Sviluppo Economico e il successivo tour stanza dopo stanza; o come con la documentazione video della visita di Salvini a Pozzallo, nella Sicilia dichiarata “frontiera d’Italia” da dove mostrare agli aspiranti immigrati che “la pacchia è finita”.

Anche Matteo Renzi, appena entrato a Palazzo Chigi, provò a monopolizzare e modernizzare la comunicazione dell’esecutivo, cominciando con la riunione d’esordio convocata di prima mattina a Firenze, ma venne presto distratto dalla necessità di far fronte agli impegni interni ed esteri: lo spazio lasciato libero venne subito occupato dagli strateghi dei movimenti populisti, che convinsero gli italiani che era giusto dare a M5S e Lega la chance di trasformare i proclami in atti di governo. Tocca a noi verificare che la propaganda non prevalga sull’azione, ripetendo a livello nazionale il miracolo che Virginia Raggi sta tentando di fare a Roma.

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