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Nuovo governo. Un atto di responsabilità per non tornare al voto


Diciamoci la verità: se un governo come quello che ha giurato ieri lo avessero partorito Renzi e Berlusconi, sarebbe stato sommerso da urli e fischi. Di grillini e leghisti. Me li vedo. Avrebbero gridato al Grande Inciucio (oggi Contratto); protestato contro il quinto premier non eletto; disapprovato il lungo elenco di tecnici e professori che profuma di tecnocrazia e nomenklatura; lamentato l’alto tasso di potere maschile; denunciato il compromesso che trasuda dall’intreccio di ministri che sono l’uno l’opposto dell’altro… Che ci volete fare, è l’eterno gioco della politica, il potere logora chi non ce l’ha, e pur di averlo si arriva a fare qualunque cosa, marce indietro, ripensamenti, alleanze incestuose. Il governo del cambiamento, dunque, nasce con i riti di sempre, e vabbè. Ma ci si chiede: chi ha vinto e chi ha perso? E: durerà?

Come si conviene quando si firma un accordo, hanno vinto e perso un po’ tutti. Luigi Di Maio ottiene l’obiettivo per il quale ha sfidato la base e un pezzo del movimento: portare i Cinque Stelle nella stanza dei bottoni pur rinunciando a sedere lui sulla poltrona di Palazzo Chigi. Matteo Salvini forse ha vinto un po’ di più perché, pur avendo la metà dei voti del suo socio in affari, lo ha fatto ballare un bel po’, ha inzeppato il programma delle sue idee, ed è arrivato al ministero dell’Interno senza rompere del tutto con l’alleanza di centro destra. Della quale è ormai il leader di fatto, come dimostra anche la marcia d’avvicinamento di Giorgia Meloni. Però ha dovuto ascoltare il richiamo del suo elettorato del nord – partite Iva e piccoli imprenditori – che trema alla sola idea di tornare a votare subito, e di conseguenza abbozzare sul nome di Paolo Savona.

Vince anche Sergio Mattarella che ha dovuto esercitare grande pazienza, sopportare più di una sbavatura, vedersi addirittura accusare di attentato alla Costituzione, ma che ha ottenuto ciò che voleva: un governo politico, niente elezioni subito, salve le prerogative del Capo dello Stato di mettere il naso nella lista dei ministri in nome dei valori della Costituzione, arginato il furore anti-europeo. E qui arriviamo al cuore della questione gialloverde.

La trattativa per la formazione del primo governo Conte si è via via arenata su tre questioni di fondo: il debito e la moneta unica; la fedeltà all’Europa e all’alleanza atlantica, o quella a zar Putin; grandi opere sì o no. E su nessuno di questi punti è stata fatta chiarezza: all’Economia c’è un prof eurocritico, agli Affari Europei un euroscettico e agli Esteri un euroconvinto. Alle Infrastrutture, che il Nord di Salvini fortissimamente vuole, c’è un uomo dei Cinque Stelle, movimento noto per essere contro la Tav, contro il Tap, contro il cemento.

Intendiamoci, per un verso è un bene: alla fine le punte di populismo becero sono state smussate, ma tale mediazione è la premessa di possibili, continui scontri in Consiglio dei ministri culture assai diverse. Il primo scoglio, naturalmente, saranno proprio i conti dello Stato visto che, a norma di Contratto, bisognerà far convivere il diavolo e l’acqua santa, cioè reddito di cittadinanza e flat tax, costosi e contraddittori, e pure la riforma della legge Fornero, e la legge di bilancio con annesso incubo Iva. Prima si discuterà in casa nostra, poi toccherà convincere i partner europei. In casi come questi è il premier a riportare a sintesi i diversi punti di vista, ma stavolta non sarà così semplice. Il presidente del Consiglio non ha alcuna esperienza di governo e per di più è guardato a vista dai suoi due vice, che di quel Contratto sono i firmatari e di lui pensano che sia solo un “esecutore”. Commissariato, il professor Conte potrà chinare la testa e sarà caos, o ribellarsi ai diktat e sarà conflitto, o rifugiarsi nella sindrome Raggi secondo la quale se non si riesce a fare niente è colpa dei poteri forti, dell’Europa, della burocrazia. Teoria che porterebbe di nuovo al voto, magari subito prima o dopo le Europee del 2019. Eppure poteva andare assai peggio, e dunque non resta che fare gli auguri ai nuovi governanti sperando che prevalgano buon senso e responsabilità. Buon 2 giugno.

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