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L'esecutivo nato debole ora ha forte identità


Un ministro bocciato e poi spostato, come un mobile ingombrante, in un’altra stanza. Un governo che nasce nel nome del popolo e del cambiamento e si affida, per attuarlo, a figure provenienti dalle retroguardie dell’establishment che vuole combattere. Due partiti che hanno fatto la campagna elettorale da rivali, e si sono poi alleati su un contratto del quale è noto il costo – sui 128 miliardi – ma non la copertura. Un premier professore di diritto, presentato, eclissato e poi rispuntato. Una squadra fatta da un mix di neofiti della politica, colonnelli dei partiti e diplomatici grand commis, poche donne e non in primo piano (qui il cambiamento non arriva mai).

Gli stop and go che hanno estenuato istituzioni e cittadini, al punto da far tirare un sospiro di sollievo ieri sera, con la fumata bianca. Il sollievo ha una qualche ragion d’essere. Un governo politico dovrebbe consentire trasparenza e responsabilità, e mostrare quello che i due partiti che sono usciti vincitori dalle elezioni vogliono e sanno fare.

Adesso la domanda è: che governo sarà? Nella squadra, come nel “contratto”, è marcata l’impronta leghista. Il presidente del consiglio è stato scelto dai Cinque Stelle, primo partito della coalizione, ma non è un esponente interno al Movimento: oltre che la sua biografia, lo dice anche la gestione del caso-Savona, che un premier incaricato con pieni poteri e personalità avrebbe potuto risolvere in autonomia, sentiti i partiti di riferimento. Ma il caso Savona ha avuto il merito di far uscire allo scoperto il nodo dell’euro: non è un mistero, né un delitto, che sia la Lega che i Cinque Stelle abbiano sempre fatto campagna “no euro”, ma l’esistenza di un “piano B” per gestire l’uscita dell’Italia da un lato ha portato il presidente della Repubblica a intervenire, dall’altro ha acceso i riflettori sulla questione allarmando mercati e cancellerie e risvegliando tutti i ciarlieri e irresponsabili falchi anti-italiani, ai quali ieri si è aggiunto, con una uscita gravissima, il presidente della Commissione Ue; infine, ha fatto capire quanto è lontana la propaganda che attribuisce tutti i nostri mali alla moneta europea dalla gestione del governo di un Paese che in euro compra, vende ed è indebitato. E come potrà gestire la nuova tempesta commerciale in arrivo dagli Stati Uniti, che richiederebbe cooperazione e non conflitto in Europa. Se ne dovrà occupare adesso un economista, il professor Giovanni Tria, vicino allo stesso Savona, che ha avuto alcuni ruoli di potere nella pubblica amministrazione; che è anch’egli critico verso la moneta unica e che gode della fiducia della Roma che conta. Ma l’impronta leghista non è netta solo nei nomi. È evidente nel contratto, dove il totem dei Cinque Stelle, il reddito di cittadinanza, è diventato una debole estensione dell’attale Rei, mentre la flat tax, laddove si potesse attuare, porterebbe la più imponente redistribuzione di risorse verso i più ricchi che sia mai stata fatta. Ed è evidente nell’identità del governo. Che non a caso nasce con l’astensione della destra di Fratelli d’Italia. La torsione identitaria della Lega, la sua trasformazione da partito secessionista in movimento nazionalista anti-immigrati che ha sollecitato e accolto le paure e le insicurezze diffuse, lo slogan “prima gli italiani” già avevano dato il segno. Il soccorso esterno di un partito che rappresenta quella destra che non ha mai abbandonato le origini completa il quadro.

I Cinque Stelle, nati e cresciuti senza una identità forte al di fuori della rivendicazione di novità e onestà, si trovano in questa compagnia. Non è possibile prevedere quanto durerà, se avremo un governo più breve del tempo che ci è voluto per formarlo. Ma qualcosa succederà, nell’enorme bacino di voti che il M5S ha ricevuto. Non è pronto e non ha idee per approfittarne il Pd, ancora guidato di fatto dall’uomo che l’ha portato alla sconfitta e per ora incapace di ritrovare nella sua storia un’altra identità forte da contrapporre a quella che sta dando vita al primo governo del cuore fondatore dell’Europa che si allontana dai valori di libertà, civiltà e tolleranza che nella carta del vecchio continente sono iscritti.

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