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Nella crisi post-elettorale il divario tra la scuola del presidente e la classe dei dirigenti


Questa lunga e tormentata crisi post-elettorale ha purtroppo confermato il livello davvero basso di cultura e di competenza politica della classe dirigente che dovrebbe rappresentare “il cambiamento”. Il testo del tanto sbandierato “contratto” fra Lega e 5 Stelle rimarrà, a riprova di quanto detto poco sopra: un assemblaggio avventuroso di proposte di “riforme” con una copertura finanziaria pari allo 0,5 % e forse meno. Quando l’articolo 81 della Costituzione voluto, non a caso, da Luigi Einaudi e ribadito con l’assenso di Ezio Vanoni, prescrive che “ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”.

Il contrasto fra il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e i leader di Lega, Matteo Salvini, e 5 Stelle, Luigi Di Maio, è risultato evidente: da una parte un forte e chiaro senso dello Stato e quindi delle garanzie costituzionali “per tutti”. Dall’altra la voglia di arrivare comunque a un governo dal quale magari gestire comunque elezioni anticipate o (soprattutto Salvini) a una rottura che comunque portasse al voto in settembre. Quindi un cinico tatticismo tendente a tutelare gli interessi del proprio partito e a incrementare consensi anti-sistema.

Alla Costituente il presidente della commissione dei 75, Meuccio Ruini, riformatore laico, proveniente dalle cooperative reggiane, vincitore giovanissimo di un concorso per direttore generale al Ministero, già al governo di Roma con la leggendaria Giunta del sindaco mazziniano Ernesto Nathan, nella sua relazione si sofferma sulla figura del presidente della Repubblica e così chiarisce: “Esso non è l’evanescente personaggio, il motivo di pura decorazione, il maestro di cerimonie che si volle vedere in altre Costituzioni (...) Egli rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato al di sopra delle fuggevoli maggioranze. È il grande consigliere, il magistrato di persuasione e di influenza, il coordinatore di attività” (...) ma perché possa adempiere queste essenziali funzioni, deve avere consistenza e solidità di posizione nel sistema costituzionale”.

Chi si aspettava un Mattarella “maestro di cerimonie” si sbagliava di grosso. Del resto non lo fu Oscar Luigi Scalfaro quando disse un no secco alla nomina di Cesare Previti a ministro della Giustizia. Non lo fu Carlo Azeglio Ciampi negli importanti messaggi alle Camere su materia molto delicate. E non lo era stato, fin dall’inizio della Repubblica, Luigi Einaudi citato nelle prime righe.

Il divario fra la classe dirigente dalla quale proviene il presidente della Repubblica e la classe dirigente espressa da 5 Stelle e Lega si è stagliato in modo netto. Del resto Sergio Mattarella è uno degli ultimi prodotti di quella grande scuola che furono prima le associazioni studentesche universitarie e poi i partiti. Egli, nato nel 1941, viene infatti dall’Intesa Cattolica, l’organismo politico che riuniva Fuci, Giac, Congregazioni mariane, creato per fronteggiare l’ascesa dell’Unione Goliardica Italiana la quale, riunendo studenti di area radicale, socialista, socialdemocratica, repubblicana e liberale, aveva ottenuto vistosi successi in tutti gli Atenei italiani.

Dalla prima sono usciti, fra gli altri, Guido Bodrato, Virginio Rognoni, Sergio D’Antoni, Roberto Zaccaria, Nuccio Fava, lo stesso Gigi Covatta, i fratelli Onida, Valerio e Fabrizio, e molti altri. Dalla seconda, Bettino Craxi, Marco Pannella, Gianni De Michelis, Stefano Rodotà, Sergio Stanzani, Marcello De Cecco, Massimo Fichera, Piero Craveri, Paolo Leon, Gerardo Mombelli (che sigla al congresso di Rimini dell’Unuri, nel 1957, il documento comune Ugi-Intesa sottoscritto per i cattolici da Guido Bodrato), più tardi Achille Occhetto

e Claudio Petruccioli.

Tutto fu incenerito dal ’68, ma, mentre in Francia l’Union Nationale des Étudiants de France (Unef) è ripartita combattiva nel 1990, da noi si muove ben poco. I migliori non passano più dalla politica, e si vede.

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