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MOTO2: L’INTERVISTA 

Mattia Pasini: «Sì, vincere al Mugello è una cosa stupenda Il bis? Sarebbe immenso»

Il pilota romagnolo sta vivendo una seconda giovinezza ed è in corsa per succedere a Morbidelli nel Mondiale della classe di mezzo

Nel 2017, otto anni dopo il suo ultimo successo nel Motomondiale, conquistato tra l’altro proprio al Mugello, Mattia Pasini ha messo in fila tutti, vincendo il Gran premio d’Italia delle Moto2. Un’impresa fantastica, impreziosita dalla toccante dedica al suo grande amico Marco Simoncelli. E quest’anno il talentuoso riminese classe 1985 dell’Italtrans Racing ha già sbaragliato la concorrenza in Argentina con la sua Kalex ed è tra i candidati alla conquista del Mondiale lasciato vacante da Franco Morbidelli, approdato nelle MotoGp.

Si torna al Mugello.

«È sempre bello correre davanti alla nostra gente. Però, lo ammetto, sento molta pressione, dopo la gara dell’anno scorso: sarà difficile riconfermarsi alla stessa maniera, ma anche se arriviamo dal poco soddisfacente fine settimana di Le Mans pensiamo di avere individuato quali sono stati i problemi e quindi sono fiducioso. Sarebbe immenso fare il bis...».

Possiamo dire che per lei è una seconda giovinezza?

«Sì. Molti, alla mia età, hanno già smesso mentre io mi sento più in forma e più giovane di quando ero ragazzo. Entrare nella famiglia Italtrans e il lavoro di questi anni mi hanno ringiovanito e fatto ritrovare le motivazioni. Non c’è niente di meglio che correre quando sei competitivo e quando fai parte di una squadra seria, nella quale non manca niente».

Dopo la crisi agonistica che l’ha colpita tra il 2014 e il 2015 avrebbe mai creduto di poter tornare nel lotto dei migliori?

«Ho sempre pensato di potere dare molto e di avere da dire tanto: la variabile era se fossi riuscito a trovare le persone giuste per poterlo fare ed è successo. Quando arrivi da anni difficili la gente è subito pronta a metterti in un angolo e non era facile tornare a questi livelli».

E ora?

«Ora abbiamo le potenzialità per giocarci il titolo iridato fino alla fine: starà a noi sfruttare al meglio le situazioni, ma io sono sereno e consapevole dei nostri mezzi».

Lei è considerato uno fra i più grandi talenti italiani. Cosa le è mancato, a oggi, per diventare campione del mondo?

«Negli anni dal 2004 al 2008 (i primi quattro nella classe 125, l’ultimo nelle 250, ndr) è mancata un po’ di fortuna e magari c’è stato anche qualche errore, dovuto alla poca esperienza. Nel 2007 abbiamo vinto quattro gare e collezionato dodici pole position ma la moto si è fermata addirittura in sei gare e tutto si è compromesso. Dal 2009 al 2014 non sono riuscito a essere in un team in cui ci fosse la reciproca fiducia e non ho potuto dare continuità al mio lavoro. Questa è la prima volta in carriera nella quale riesco a rimanere per tre anni nella stessa squadra e con la stessa moto».

Alla possibilità di approdare nelle MotoGp pensa ancora?

«Sì, nel 2012 non posso dire di avere partecipato a quel Mondiale. Correvo con una moto che era qualcosa meno di una Superbike (una Art, ndr): non c’erano risorse. Mi piacerebbe molto arrivare nella classe regina, ma soprattutto mi piacerebbe meritarmi questa opportunità attraverso i risultati e non attraverso altri fattori, come a volte sta succedendo ultimamente».

Tra i più giovani italiani chi pensa possa avere maggiori chances?

«Difficile fare dei nomi, perché tutti quelli che sono al Motomondiale meritano di esserci: sono tutti forti. Però se devo dirne uno, allora posso assicurare che Marco Bezzecchi è un grande talento e che ha tanta voglia di fare. È davvero bravo e lo sta dimostrando con il primo posto nella classifica del Mondiale delle Moto3».

Dai giovani a un “vecchio”: Valentino Rossi.

«Lo conosco bene, nonostante la sua età anagrafica dentro di sé è sicuramente più giovane di tanti piloti che hanno molti anni in meno. Sono veramente contento che stia continuando a correre e a ottenere risultati di livello. Sta facendo vedere a chi parla con superficialità che quando ti impegni il tuo lavoro paga sempre al di là di quello che c’è scritto sulla carta di identità. Certo, lui è un fenomeno, ma va anche aggiunta una considerazione…».

Prego.

«In molti, oggi, cercano piloti giovani per progetti a lungo termine, ma se poi andiamo a vedere spesso a metà stagione questi ragazzi vengono messi in discussione e a fine anno vengono lasciati a casa: è una contraddizione molto grossa».

Lei era molto amico di Marco Simoncelli.

«Una delle mie più grandi paure era che la gente si dimenticasse di lui, invece è ancora presentissimo nei cuori di tutti e non solo di chi, come me, era suo amico. Papà Paolo, con la creazione del suo team, ha fatto qualcosa

di splendido, perché consente ai giovani di correre sotto un’insegna veramente di prestigio. E lo spirito del Team Sic58 rispecchia in pieno quello di Marco, che era un ragazzo con tanti valori: l’impegno e tantissima passione erano tra questi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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