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Serve un vero riformismo: è la logica economica


Non sappiamo se l’improvvisa e imprevista curva presa ieri dalla gravissima crisi italiana sia stata determinata dai numeri dei mercati, dalle parole dei politici italiani ed europei o da altre novità meno visibili. Quel che è certo però è che, all’ottantaseiesimo giorno dal voto, tutti gli elementi che rendono apparentemente irrisolvibile il puzzle italiano si sono concentrati in poche ore: l’impossibilità del parlamento di trovare un accordo sia pure su una gestione transitoria per traghettarci alle prossime urne; la paura dei mercati; la sfiducia e il terrore dell’Europa verso quel che accade all’interno di uno dei suoi Paesi fondatori. Dove si voterà di nuovo, ancora non sappiamo quando, ma adesso sappiamo su cosa: la scelta dell’Italia di stare nell’euro e forse anche nell’Unione europea, il gigantesco omissis della campagna elettorale passata che diventerà il cuore di quella torrida futura in cui siamo già immersi. Perché lo spread, rimasto dormiente per tutte queste settimane, si è risvegliato come un animale feroce? Per chi non ama le teorie dei complotti e preferisce la luce del giorno ai fantasmi della notte, la risposta è una sola e sempre la stessa: l’incertezza. Una sola cosa è certa da domenica sera, e cioè che non avremo un governo nel pieno dei suoi poteri.

Dunque l’incertezza è diventata uno stato permanente. Su questo si muovono i mercati, che non sono (solo) i grandi capitali in cerca di impieghi speculativi, ma anche i piccoli, anche i timori di chi deve decidere dove mettere i suoi 30mila euro oppure se fare un mutuo o no, e se farlo a tasso fisso o variabile, o se comprare anticipare o rinviare una spesa di investimento.

Nei mercati viviamo, respiriamo, operiamo tutti, anche coloro che in questi giorni urlano contro la dittatura dei mercati. E anche coloro che andranno al governo prima o poi, e dovranno gestire il debito pubblico italiano, non solo quello “nuovo” ma anche quello già piazzato presso i risparmiatori, che viene man mano a scadenza. Lo ha chiarito ieri il governatore della Banca d’Italia: il nostro debito pubblico è al 132% del Pil, supera di 50 punti percentuali quello medio del resto dell’area dell’euro. «Non sono le regole europee il nostro vincolo, è la logica economica». Logica economica vuole che non dai un calcio nei denti a chi ti presta i soldi, sennò non te li presterà più. Lo sanno bene pure gli imprenditori del Nord che hanno votato per la Lega, mostrando una sofferenza e un’insofferenza rispetto allo stato delle cose che li accomuna ad altre fasce sociali in difficoltà, in Italia e in tutt’Europa, ma che non per questo porta a sospendere giudizio e logica. Se la riduzione delle tasse è annientata dal rialzo dei tassi, vale la pena rischiare? La brutalità della giornata di ieri può portare tutti a porsi domande più concrete, e fuori dalla demagogia elettorale. Ma c’è anche una brutta trappola, in tutto questo: la sovranità non appartiene al popolo ma allo spread?

L’Europa, nata su ideali di libertà e pace, non può ridursi a questo e chi lo fa, da Nord e da Sud, dall’arroganza dei forti alla confusione dei deboli, in realtà lavora per distruggerla. Qualcuno può coltivare l’idea che questa sia la via d’uscita e – come ha detto il presidente Mattarella – farsi dare mandato dagli elettori su questo: in modo chiaro e non sotterraneo, com’è stato finora. Ma agli altri, a chi non la pensa così, spetta il compito di non schiacciarsi sulla mancanza di alternative. Il Pd e gli altri pezzi tutti perdenti della sinistra che fu rischiano di sparire in un’ennesima campagna elettorale in cui giocano il ruolo del partito dello spread e dell’establishment.

Ma un programma di riformismo concreto, che non insegua nei toni il populismo degli altri e che indichi nella sostanza misure che possono ridurre le diseguaglianze sociali e generazionali, utilizzando meglio le grandi risorse che comunque ci

sono nel Paese e anche nel bilancio pubblico e sfruttando la necessità che anche la politica europea ha di cambiare rotta, avrebbe bisogno di idee nuove e persone nuove. Condizioni molto difficili con i tempi che – letteralmente – corrono.

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