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Ombre, slogan e minacce fanno saltare il banco


A meno di tre mesi dal voto, il fallimento del tentativo Conte ha rimesso in moto la campagna elettorale. Con uno scontro istituzionale in più, quello con il Quirinale, e con un governo in meno, visto che Gentiloni nel frattempo si è dimesso. Ma non è neppure questa la novità maggiore, rispetto a un’ottantina di giorni fa: il tentativo Conte, con lo strappo interno al Centrodestra, e lo stesso mandato esplorativo a Fico, con il Partito democratico spaccato in due sulla possibilità di allearsi o meno con i Cinquestelle, hanno cambiato gli equilibri anche all’interno degli schieramenti che si erano presentati alle elezioni del 4 marzo.

Distrattamente sembrerebbe di tornare indietro di tre settimane, quando Mattarella aveva preso atto dei fallimenti dei pre-incarichi ai presidenti delle due Camere e aveva annunciato un governo neutrale che accompagnasse il Parlamento fino alla legge di stabilità. Di neutrale, però, nel frattempo è rimasto ben poco: si ripartirà con Cottarelli, il tecnico della spending review indicato nel primo programma elettorale dei pentastellati, ma sarà molto difficile che oggi gli stessi Cinquestelle e la Lega – che insieme detengono la maggioranza dei seggi – gli votino la fiducia. Anche perché il braccio di ferro con il Quirinale è ormai aperto, e lo stesso capo dello Stato ha dimostrato ieri sera di avere mangiato spinaci.

La chiave di tutto, nel veto a Savona e nella sua interpretazione politica, è l’interesse nazionale. Salvini lo ha tirato fuori immediatamente nel comizio a Terni, quando ancora Conte era seduto sul divanetto del Quirinale, e ha alzato i toni contro l’Europa, le potenze straniere, “i signori dello spread”. Di Maio gli è andato a ruota in diretta Facebook, spiegando che Lega e Cinquestelle rappresentano “il 60% del consenso popolare” e che – ben oltre il caso Savona – il problema è un governo del cambiamento che “non ci è stato permesso”.

Ha chiuso poi il cerchio Giorgia Meloni, pur ufficialmente fuori dal contratto di governo, solleticando le pance sovraniste con la minaccia di un impeachment – subito condivisa anche dal M5S – del capo dello Stato.

Mattarella, però, non si è fatto cogliere impreparato: in assenza di un grande aiuto da moderati e riformisti, afoni fino a ieri pomeriggio, ha fatto da solo, spiegando che l’interesse nazionale va ben oltre la nomina di un ministro. Avrebbe potuto limitarsi a difendere le prerogative che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica, ma è andato oltre: è sceso nel concreto parlando di mutui alle famiglie e di finanziamenti alle aziende, di soldi pubblici bruciati per gli interventi sociali e di risparmi privati minacciati se lo spread continuerà a salire. E così facendo ha tracciato la linea di frattura della prossima campagna elettorale, che proprio sull’interesse nazionale vedrà le forze politiche contendersi i voti: su cosa significhi, insomma, difendere davvero gli interessi dei cittadini al di là della propaganda.

Lo slogan più immediato, quello della volontà del popolo bloccata dai poteri forti, ha già ricominciato a girare velocemente. Ma il Quirinale si era attrezzato anche su questo: ha sottolineato l’alleanza post-elettorale di Lega e Cinquestelle, ha ammesso di avere avuto perplessità sulla scelta di un nome esterno per un governo politico, ha spiegato che se al posto di Savona ci fosse stato un esponente politico come Giorgetti, eletto in Parlamento, non avrebbe avuto niente da dire. In condizioni normali, sarebbero argomentazioni comprensibilissime; in un clima del genere, però, è molto più facile far saltare il banco puntando sull’idea del complotto, che quindi sarà il leit-motiv dei prossimi mesi. In altre circostanze (in un qualsiasi governo Berlusconi, per esempio), la lista dei quasi-ministri pubblicata ieri sera da Di Maio

avrebbe suscitato reazioni indignate e prese in giro, con rare eccezioni; ieri sono apparsi come i martiri della libertà ad opera di una dittatura plutocratica, e questo è il segno più evidente che il populismo ha ormai vinto, comunque vada a finire.

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