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IL COMMENTO: IL CALcio DEI gIUSTI 

La lezione di Sarri (e quella dei tifosi del Liverpool)

Il tecnico toscano è la dimostrazione vivente del fatto che nello sport ci sono altri valori oltre a quelli del risultato. A Napoli ha reso felice e ridato orgoglio a un popolo che oggi lo applaude come nessun altro allenatore. Andarsene così vale più di un trofeo, lo scudetto del cuore non è cucito sulla maglia, resta per sempre. E che dire degli applausi al portiere delle papere che hanno ucciso un sogno: se fosse capitato a una delle nostre...

A quelli che non si rendono conto è inutile spiegarlo. A quelli che non capiscono che lo slogan «vincere è l’unica cosa che conta» è come la Corazzata Potemkin cosa vuoi dire? Niente, lasci perdere.

Ma agli altri sì, bisogna dirglielo che qualcosa di speciale è accaduto: gli applausi e l’ammirazione eterna per un allenatore che non ha vinto ma ha straconvinto.

Maurizio Sarri è la dimostrazione vivente del fatto che nello sport ci sono altri valori oltre a quelli del risultato. A Napoli ha reso felice e ridato orgoglio a un popolo che oggi lo applaude come nessun altro allenatore. Sotto il Vesuvio era dai tempi di Maradona che non si respirava così tanto orgoglio a pieni polmoni. Andarsene così vale più di un trofeo, lo scudetto del cuore non è cucito sulla maglia, resta dentro per sempre.

I denigratori, gli odiatori social del «ma cosa volete, quello ha fatto zero tituli» sono fondamentalmente ignoranti che si cibano con il copincolla preso dalla disinformatija, quella capace di dire che «Ronaldo farebbe la riserva nella Juve», quello dei finti algoritmi che fanno blasfemia sportiva paragonando Dybala a Messi, che assistono a una tripletta al Chievo e vedono già quella squadra a Kiev.

Quelli non si chiedono perché a Napoli, ma ancor prima a Empoli, quell’uomo con la tuta e la barba perennemente incolta abbia sempre fatto breccia. La storia di Sarri dovrebbe far riflettere sul significato di competizione, di avversario non come nemico, sul valore di una vittoria che deriva anche da quello di chi hai superato. E anche dal “come” hai inseguito un sogno, dando tutto e andando oltre i limiti.

Certo, Sarri è anche quello che ha dato del «finocchio» a Roberto Mancini e che ha zittito una collega con un’uscita a vuoto sessista. Ma è stato capace di chiedere scusa e di non insistere con sciocchezze colossali come quelle dei bidoni dell’immondizia al posto del cuore. Sarri ha dato gioco, un’idea di calcio universalmente riconosciuta come geniale da colleghi illustri come Arrigo Sacchi o Pep Guardiola.

Se ne va lasciando lacrime e il posto a uno affermato come Carlo Ancelotti che forse potrà vincere subito ma certo non spazzarlo via dal cuore dei napoletani. Il Napoli sarrista sarà un po’ come l’Olanda di Johan Cruijff, che non vinse niente ma oggi è ancora di quella squadra che si parla con ammirazione e non di quelle che le arrivarono davanti.

Sarri è una lezione pari a quella dei tifosi del Liverpool che cantano anche dopo aver perso la finale di Champions contro il Real, applaudono il loro portiere Loris Karius, autore di due papere da antologia. Facendosi largo fra le lacrime quel ragazzo capisce che nessuno ce l’ha con lui, che cantano “You’ll never walk alone”, perché “non camminerai mai da solo” non è solo un titolo, è un modo di intendere e di vivere lo sport in modo sano.

Una lezione. Provate a pensare la stessa scena con una nostra squadra nelle stesse condizioni. Provateci e capirete perché lo spread di civiltà da queste parti ha tanto bisogno di storie come quella di Sarri, ha bisogno che anche nei cuori del nostro calcio si cominci davvero a cantare idealmente qualcosa come “You’ll never walk alone”. A Napoli lo hanno appena fatto.

twitter: @s_tamburini

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