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Governo, il difensore incaricato scelga il popolo giusto


Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti ai tempi andati di Palombella rossa. Nella Palombella gialloverde che ha portato il professor Giuseppe Conte a prendere l’incarico di formare il primo governo “populista” d’Europa, le parole chiave sono in quella dichiarazione che ha seguito l’impegno a far restare nella sua collocazione europea: «Sarò l’avvocato del popolo». La prima interpretazione della metafora è fin troppo semplice: dall’Europa ci dobbiamo difendere, abbiamo bisogno di un buon avvocato. La seconda è più sottile, e richiede di addentrarsi nei punti-chiave del contratto privato firmato da Salvini e Di Maio: quale popolo ha dato il mandato all’avvocato, e quale beneficio può aspettarsi dal nuovo governo, ammesso che nascerà sciogliendo i nodi ministeriali che ancora sono aggrovigliati?

Domande con le quali si entra finalmente nel merito del futuro che ci attende, dopo le polemiche su nomi e curriculum: futili ma non inutili, dato che hanno allontanato l’immagine del “cambiamento” proponendo vecchi riti, pratiche che dagli stessi attori del cambiamento erano prima condannate a gran voce, personalità prese dal cuore dell’odiato establishment (delle quali forse troveremo conferme al momento della lista dei ministri).

Ma andando appunto al merito del programma: è vero che nel famoso contratto ci sono affermazioni molto vaghe e spesso banali. Ed è vero che non sarà possibile attuare tutte le promesse, dato che costerebbero oltre 100 miliardi di euro l’anno. Ma ci sono anche delineati i tratti decisivi, quelli che hanno unito il più vecchio partito che siede in parlamento (la Lega) e il giovanissimo Movimento fondato da Grillo.

Il primo è la rivendicazione della sovranità della politica economica, evidentemente in contrasto con la nostra appartenenza all’Unione europea. Il secondo è l’ordine pubblico: guerra all’immigrazione (qui si aggiunge sempre: clandestina), stretta sulle pene carcerarie e allargamento del concetto di legittima difesa. Temi che la Lega ha sempre sostenuto e urlato nel nome della sicurezza, e i Cinque Stelle nel nome della legalità, ma che danno ai due partiti punti di incontro e sintonia.

Sul primo punto, quello della politica economica, il patto gialloverde ha messo insieme due proposte che non possono stare insieme: la riduzione delle tasse per i redditi più alti e l’aiuto ai più poveri con il cosiddetto reddito di cittadinanza. La nuova versione della flat tax, secondo la rivista on line Etica e Economia, premierà in modo sostanzioso solo 2,5 milioni di famiglie: le più ricche, quella sulla scala superiore del reddito. Perché il resto del “popolo” dovrebbe essere contento? Mistero. La versione corretta del reddito di cittadinanza, invece, altro non è che un’estensione dell’attuale Rei (reddito di inclusione), nel quale verranno rafforzate le condizioni: se rifiuti un lavoro, perdi il beneficio. Il tutto senza dire chi paga. Europa o non Europa, qualcuno deve finanziare questa enorme spesa: a meno di non caricarla tutta sul popolo del futuro, i nostri figli e nipoti. Le coperture indicate dagli economisti del nuovo corso governativo sono aleatorie e rinviate a una fantomatica futura crescita economica; salvo che per il primo anno, nel quale ci sarà, probabilmente, il vecchio strumento del condono (a beneficio del popolo dei piccoli e grandi evasori).

Ma, sempre per il primo anno, già dalla prossima legge di stabilità, si dovranno anche trovare le risorse per non far aumentare l’Iva e per correggere i conti, secondo quanto detto ieri dalla Commissione europea, per circa 10 miliardi. La sfida non è solo quella di indurre le istituzioni europee a cambiare rotta e a correggere i tanti errori fatti. Ma anche quella di essere credibile verso i mercati, ai quali il governo italiano ogni anno si rivolge per rinnovare i collocamenti dei titoli pubblici, per un

ammontare di 350 miliardi all’anno. I due terzi di questi titoli sono detenuti da famiglie italiane: popolo, anche queste. Il difensore incaricato dovrà scegliere tra diversi “popoli”: a meno di non trovarsi rapidamente a fare l’avvocato del diavolo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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