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Lavoro a corta durata formula dell'incertezza

Un’Italia che ha ripreso a lavorare, ma a termine. E una generazione tagliata fuori dalla crisi. Questo il quadro che ci consegnano i dati dell’Istat sul mercato del lavoro nel 2017. Anno nel quale, come è stato ampiamente detto dal governo uscente in campagna elettorale, molti indicatori economici volgevano al bello: il Pil, la domanda interna, l’export, persino gli investimenti hanno ripreso sia pur moderatamente a crescere; senza però che questo fosse avvertito con soddisfazione dalla maggioranza della popolazione, come ci dicono in modi diversi il risultato elettorale e gli indicatori della povertà resi noti l’altro giorno dalla Banca d’Italia.

I dati del mercato del lavoro registrano un effetto positivo della crescita economica. Il tasso di occupazione e il numero degli occupati sono a livelli record dal 2008, anno nel quale la crisi iniziò. E anche la disoccupazione, lentamente, ha ripreso a scendere, mentre si riduce anche l’inattività, il che vuol dire che più gente cerca lavoro: dato che può essere anche positivo, se riflette una riduzione dell’effetto di scoraggiamento, nonché l’afflusso delle nuove forze di lavoro femminili (man mano nel tempo sono sempre meno le donne che si affacciano all’età adulta senza cercare lavoro), ma che comunque aumenta la competizione per i pochi posti. Ma va detto che – in questo come in tanti altri campi – non ha molto senso parlare in via generale, dato che la disoccupazione in alcune zone della Sicilia è dieci volte quella di alcune province lombarde. Visto che la spaccatura dell’Italia nel voto ha finalmente riportato l’attenzione sulla questione meridionale, sarà bene tenerla viva nella valutazione continua delle politiche.

Sia pure in modo diseguale e su un territorio diseguale, l’occupazione ha ripreso a tirare, anche nel 2017. Ma quale occupazione? L’Istat registra un calo del lavoro indipendente, un aumento di quello dipendente e, all’interno di quest’ultimo, dei contratti a termine a in somministrazione. I nove decimi della nuova occupazione sono fatti di lavoro a tempo determinato. Verso questa modalità contrattuale si sono riversati gli ex-collaboratori e le finte partite Iva: dunque un effetto il jobs act lo ha avuto, quello di incentivare il lavoro a termine dal quale sono state tolte limitazioni e condizioni. È un bene? È un male? Di certo non era l’obiettivo dichiarato del jobs act, che invece voleva in primo luogo, con l’abolizione dell’articolo 18 e con l’introduzione del contratto a tutele crescenti, fare di quest’ultimi – il lavoro permanente – la forma normale di assunzione.

Invece, finiti gli incentivi del 2015, è diventato un caso rarissimo. Chi ha vinto le elezioni promettendo l’abolizione del jobs act, dovrà spiegare se crede che rimettere l’articolo 18 e la formulazione del contratto a tempo indeterminato servirà a qualcosa, in questo quadro. Mentre tutti – a partire dalle imprese – dovremmo interrogarci sul significato di questa massa di assunzioni a termine: se riflette l’incapacità di guardare oltre il breve periodo, miopia, fragilità della ripresa, o un nuovo modello produttivo basato sul lavoro di corta durata. La cui incertezza, va detto, non è compensata da un aumento delle paghe, visto che le retribuzioni segnano tassi di variazione prossimi allo zero.

Poi c’è, dentro la tendenza generale, un buco nero. L’occupazione, sia pure nelle forme che abbiamo descritto, sale per quasi tutte le fasce d’età: quella dai 50 ai 65, semplicemente per effetto della riforma Fornero che ha rinviato l’età della pensione; e, per la prima volta, anche per i 18-34enni. Rimane in perdita invece la fascia d’età 35-49 anni. Il che potrebbe essere frutto di un ragionamento di buon senso delle imprese: perché assumere un quarantenne che ha “perso” dieci-quindici anni passando da un lavoro all’altro, o restando spesso disoccupato, invece di un diplomato

o laureato fresco fresco? La generazione che si affacciava al lavoro quando la crisi è iniziata, o che ne è stata investita in pieno nell’età più promettente e feconda della carriera, rischia di restare tagliata fuori dalla piccola ripresa che c’è.

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