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Pd, l'addio di Renzi: "Serve pagina nuova, noi all'opposizione"

"Nessun inciucio, non saremo la loro stampella: governino se ne sono capaci, noi faremo il tifo per l'Italia"

ROMA. Matteo Renzi lascia la segreteria del Partito democratico. La sconfitta "chiara, netta", che porta il partito ai minimi storici del centrosinistra italiano, con il 18,7% alla Camera e il 19,1% al Senato, "impone di aprire una pagina nuova all'interno del Pd". Il segretario lo decide nella notte dello spoglio, lo matura in mattinata e lo annuncia solo alle 18 della sera successiva, quando con voce un po' impastata e un foglietto di appunti, annuncia alla stampa che "è ovvio dover lasciare".

Sul 'come' però si consuma uno strappo che ridisegna gli equilibri nel partito. Renzi annuncia infatti che gestirà la fase di insediamento delle Camere e formazione del governo, per evitare ogni possibile accordo con il M5s. Ma i "big" di maggioranza e minoranza insorgono e prendono le distanze dal leader. Luigi Zanda firma una nota durissima, il cui contenuto sarebbe condiviso da Dario Franceschini, in cui accusa Renzi di "manovre" per "prendere tempo".

Elezioni, Renzi: "No a inciuci, il nostro posto è all'opposizione"

Nella sua analisi del voto, che replica dopo la conferenza stampa anche in un video per i suoi "follower" su Facebook, il leader Dem promette: "Nessuna fuga, far• il senatore semplice". E spiega che sarà "garante", con gli elettori, del no a fare la "stampella" a un governo con il M5s, provando cos a stoppare sul nascere le suggestioni della minoranza "emiliana" che invita a ragionare su un sostegno esterno al governo 5 stelle.

Quanto all'analisi della sconfitta, Renzi indica, su tutti, due "errori": "Non votare in una delle due finestre del 2017" in cui si andava alle urne in Francia e Germania e si poteva godere della spinta europeista; fare una campagna elettorale "fin troppo tecnica". Ma così, sintetizza Carlo Calenda, che pure aveva difeso il segretario, dà la colpa a Mattarella per il mancato voto e a Gentiloni per l'impostazione della campagna: "Fuori dal mondo". Il partito è sull'orlo della rottura, gli avversari interni sibilano il sospetto che Renzi si ricandidi alle primarie.

E la minoranza attacca come mai prima. "Cerca alibi, non servono bunker ma pluralismo", afferma Andrea Orlando. E Michele Emiliano: "Renzi punta all'autoconservazione". "Queste dimissioni fake avvelenano i pozzi", attacca Marco Meloni, con parole che rispecchierebbero il pensiero di Enrico Letta.