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Russiagate: nuova svolta, Gates collabora con l’Fbi

L’ex top manager della campagna elettorale di Trump si è dichiarato colpevole Intanto il presidente alza il tiro e vara altre sanzioni contro la Corea del Nord

NEW YORK. Nell’inchiesta sul Russiagate c’è stata ieri una svolta con Rick Gates, top manager di Donald Trump durante la campagna elettorale per la Casa Bianca, che ha accettato di collaborare col procuratore speciale Mueller. È sotto accusa per 32 gravi capi di imputazione tra cui frode e riciclaggio di denaro: reati che possono costare decenni di carcere.

La decisione di Gates, che arriva in contemporanea con la sua ammissione di colpevolezza, “pressa” un altro stretto collaboratore del Tycoon a fare altrettanto. Paul Manafort, che della campagna per l’elezione di Trump è stato direttore, è accusato di avere evaso le tasse per quattro anni e riciclato 30 milioni di dollari non dichiarati al Diprtimento del Tesoro e della Giustizia.

Si stringe così ulteriormente il cerchio intorno al presidente Usa che cerca di spostare l’attenzione dal Russiagate a situazioni internazionali in corso. È in quest’ottica che sua figlia Ivanka è arrivata ieri in missione ufficiale in Corea del Sud in rappresentanza del padre. «Non potremmo avere una persona più intelligente a rappresentare il nostro Paese», ha twittato Trump mentre la figlia si incontrava col presidente sudcoreano. L’idea è di esercitare pressione sulla Corea del Nord affinché rinunci all’escalation del nucleare. Ma intanto Washington annuncia anche nuove sanzioni commerciali contro il regime di Pyongyang. Anzi, il pacchetto di sanzioni «più pesanti mai viste» sottolinea il presidente aggiungendo che se questo non dovesse bastare, «potrebbe essere molto spiacevole per il mondo» poiché - parola di Trump - scatterebbe «una fase 2 molto brutale».

Due delle più gravi crisi internazionali del momento sono attualmente affidate a un cerchio ristretto di familiari di Trump senza alcuna esperienza politica. Da una parte c’è Ivanka che alla chiusura dei giochi olimpici invernali si improvvisa ambasciatrice Usa, dall’altra c’è suo marito Jared Kushner a cui Trump ha affidato il compito di modellare il futuro del Medio Oriente. È stato lui a spingere affinché gli Usa fossero il primo governo a riconoscere Gerusalemme come legittima capitale di Israele. Questa mossa, contestata da tutti i governi alleati, ora ha subito un’ulteriore accelerata. Ieri la Casa Bianca ha annunciato che il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme avverrà il mese prossimo. Era fissata per la fine del 2019, ma avverrà invece in coincidenza con le celebrazioni per il settantesimo anniversario della fondazione di Israele. È stata una decisione di Kushner benché il genero del presidente sia sotto attacco perché usufruisce di speciale accesso ai briefing dell’intelligence Usa pur non essendo stato abilitato.

Corea e Gerusalemme sono stati due temi internazionali con cui Trump ha spostato l’attenzione non solo dal Russiagate, ma anche da dibattito sulle armi dopo la strage di studenti in un liceo in Florida. Il Tycoon insiste che la soluzione è armare gli insegnati. «Dobbiamo dimostrare di avere capacità offensive», ha dichiarato lo “sceriffo”

Trump paragonando le scuole americane agli aerei che dopo l’11 settembre sono protetti da agenti in borghese armati. Ma non come la guardia che proteggeva il liceo in Florida e che, accusa ora Trump, ha fatto «un pessimo lavoro».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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