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Bce, Agire come veri alleati verso le multinazionali

Il risultato elettorale forse si giocherà su una manciata di collegi del Sud, come dicono i bene informati dai sondaggi. Ma bisogna guardare più a Nord per capire da cosa davvero dipenderà il nostro prossimo futuro. Per la precisione, al di là delle Alpi, verso l’Europa continentale e in particolare la capitale politica e quella economica dell’Unione, Bruxelles e Francoforte. In questi giorni se ne è avuta la dimostrazione plastica, con lo schiaffo dato da Embraco a lavoratori e governo italiani, per andare verso la Slovacchia, e con la designazione del prossimo vicepresidente della Bce nella persona del ministro dell’economia spagnolo de Guindos. Non è questione di orgoglio nazionale o di difesa patria, ma di consapevolezza di quel che ci aspetta nel quadro della politica economica europea, e delle strategie per cambiarla.

Partiamo dalla seconda notizia, all’apparenza più “fredda”, ossia il nuovo assetto di vertice della Banca centrale europea. La presidenza di Mario Draghi scadrà nel 2019, e con l’arrivo dello spagnolo alla vicepresidenza è cominciato il complicato risiko che regola equilibri, pesi e contrappesi nei posti che contano. È possibile – anche se non è scontato – che la nomina di de Guindos agevoli l’arrivo del tedesco Jens Weidmann sulla poltrona di Draghi. Nel caso, a gestire le decisioni sulla fine della politica monetaria espansiva tenuta finora sarebbe un esponente della linea rigorista, più propensa a usare la politica monetaria come un bastone per tenere la disciplina pubblica che come una carota per guidare l’asinello dell’economia in difficoltà.

Al di là dei nomi e delle nazionalità, in discussione è la fine del “quantitative easing”, ossia le modalità e i tempi dei rialzi dei tassi di interesse. E il modo in cui questo avverrà è cruciale per l’Italia, ben più dei seggi in bilico. Per avere un’idea, basta dare uno sguardo a un illuminante grafico pubblicato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, nel quale si mettono a confronto le variazioni del rapporto tra debito e Pil nei Paesi europei dal 2008 al 2016.

Per l’Italia c’è stato un aumento di oltre 30 punti; ma negli stessi anni l’aumento del rapporto tra debito e Pil dovuto alla sola spesa per interessi è stato ben più alto, di 41 punti (secondo solo a quello della Grecia); mentre il saldo primario – la differenza tra entrate e spese, al netto degli interessi – ha ridotto di 11 punti il rapporto tra debito e Pil. In altri termini: possiamo anche dissanguarci in ulteriore austerity, ma la spesa per interessi sul debito pregresso, nonostante gli anni di Draghi e i bassi tassi, rimane il moloch principale. E al minimo rialzo dei tassi o riapertura degli spread, saremo il Paese più vulnerabile. Anello debole della fine di una politica espansiva della quale non abbiamo beneficiato moltissimo in termini di ripresa economica, ma i cui effetti indiretti sulla finanza pubblica ci sono stati utili.

Passando al caso Embraco, e all’usuale shopping che le multinazionali fanno saltando da un Paese all’altro in cerca di salari, contributi, norme fiscali, regole ambientali più favorevoli, siamo in compagnia più affollata. In questo caso l’anello debole non è solo l’Italia, ma ogni Paese che, a turno, si trova scavalcato dalle offerte a prezzi stracciati dei vicini. Sempre più spesso i concorrenti sono a Est, alleati robusti del sistema industriale tedesco, ma al contrario di questo liberi e spregiudicati nel fare dumping fiscale e sociale. Secondo l’irato ministro Calenda, stavolta c’è anche qualcosa in più: oltre agli sconti, alle multinazionali corteggiate si fanno anche regali, e – beffa oltre al danno – li si pagano con i fondi europei. Di fronte a questo meccanismo però la reazione non può essere quella di chiedere a Bruxelles pari libertà nell’elargire aiuti alle grandi società, finendo per approfondire la concorrenza al ribasso e svuotare

le casse pubbliche, italiane ed europee. La sola possibilità di invertire la rotta è quella di agire come alleati, nel campo monetario e fiscale, e porre le multinazionali di fronte a regole e aliquote minime uguali in tutta l’Unione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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