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Salute, troppe disuguaglianze tra le regioni

Salute, troppe disuguaglianze tra le regioni

A Napoli e a Caserta si vive quattro anni in meno rispetto a Firenze. Chi ha una laurea vive di più. Il Servizio sanitario nazionale assicura la longevità degli italiani ma non l'equità sociale e territoriale. La denuncia è dell'Osservatorio nazionale della salute nelle regioni che sottolinea l'urgenza di politiche per colmare il divario e rendere universale il diritto alla salute. Solipaca: "Bisogna incidere sugli stili di vita e combattere la deprivazione"

Chi nasce al Sud, in particolare in Campania, vive meno. Chi non ha una laurea sta peggio in salute. Chi appartiene a una classe sociale bassa fatica ad accedere ai servizi sanitari a scapito della strada della prevenzione e delle diagnosi tempestive. Chi vive in Campania, Sicilia, Sardegna, Lazio, Piemonte e Friuli Venezia Giulia va incontro a un rischio di morte prematura più alto. I divari di salute sono legati a dove nasciamo, allo status sociale a cui apparteniamo e al nostro livello di istruzione. Questa la realtà fotografata dall'Osservatorio nazionale della salute nelle regioni italiane - un progetto dell'Università Cattolica ideato da Walter Ricciardi -, che bacchetta il servizio sanitario nazionale perchè non assicura, come dovrebbe, l'equità sociale e territoriale.

"In alcune regioni -dice Alessandro Solipaca, direttore scientifico dell'Osservatorio- la situazione è persistente, costantemente al di sotto della media nazionale. Nel caso della mortalità prematura, per esempio, in alcune regioni i dati sono addirittura più sconfortanti rispetto a nove anni fa". Allo stesso modo però, nello sfilacciato panorama italiano, ci sono regioni virtuose, come Emilia Romagna, Toscana e Marche per quanto riguarda l'accesso alle cure.

Aspettativa di vita. La differenza tra vivere in Campania o a Trento sono due anni e sette mesi di vita. In Campania nel 2017 gli uomini vivono in media 78,9 anni e le donne 83,3. Nella Provincia autonoma di Trento 81,6 gli uomini e 86,3 le donne. La maggiore sopravvivenza si registra nelle regioni del nord-est (81,2 anni per gli uomini e 85,6 per le donne).

Scendendo nel dettaglio territoriale emerge lo svantaggio delle province di Caserta e Napoli dove la speranza di vita è di oltre 2 anni inferiore a quella nazionale. Seguono Caltanissetta, Siracusa ed Enna. Le province più longeve sono invece quelle di Firenze (84,1 anni di aspettativa di vita, 1,3 anni in più della media nazionale), Rimini, Monza ,Treviso e Trento.

Chi ha una laurea vive di più. Il titolo di studio influisce sulle condizioni di salute, sulla speranza di vita e anche sulla rinuncia ad almeno una prestazione sanitaria. In Italia un cittadino può sperare di vivere 77 anni se ha un livello di istruzione basso e 82 anni se possiede almeno una laurea; tra le donne il divario è minore, ma pur sempre significativo: 83 anni per le meno istruite, circa 86 per le laureate.

Anche le condizioni di salute denunciano sensibili differenze sociali. In chi ha tra i 25 e i 44 anni la prevalenza di persone con almeno una malattia cronica grave è del 5,8% tra coloro che hanno un titolo di studio basso e del 3,2% tra i laureati. Il divario aumenta con l’età: in chi ha tra i 45 e i 64 anni è del 23,2% tra le persone con la licenza elementare e dell’11,5% tra i laureati.

Questo perchè i fattori economici e culturali influenzano direttamente gli stili di vita e dunque condizionano la salute. "Un tipico esempio - dice Solipaca - è rappresentato dall’obesità". Interessa il 14,5% delle persone con un titolo di studio basso e solo il 6% dei più istruiti. Affligge il 12,5%  del quinto più povero della popolazione e il 9% di quello più ricco. I fattori di rischio si riflettono anche sul contesto familiare: il 30% è in sovrappeso quando il titolo di studio della madre è basso, mentre scende al 20% per quelli con la madre laureata.

Mortalità prematura. Il rapporto di Osservasalute si sofferma anche sui dati della mortalità prematura, imputabile in parte anche al sistema sanitario nazionale, evidenziando anche qui forti divari territoriali. "Abbiamo confrontato i dati di due anni, del 2004 e 2013, per persone tra i 30 e i 69 anni - spiega Solipaca-. Alcune regioni non solo sono sempre al di sopra della media nazionale ma alcune peggiorano. Campania, Sicilia, Sardegna, Lazio, Piemonte e Friuli Veenzia Giulia hanno valori costantemente al di sopra della media nazionale. Si tratta di morti evitabili con idonee politiche di prevenzione". Marche, Toscana, Emilia Romagna, Bolzano e Umbria raccontanto un'altra Italia con dati di mortalità prematura inferiore alla media nazionale.

Rinunce alle cure. Costi alti, liste d'attesa lunghe. Le disuguaglianze sono acuite dalle difficoltà di accesso ai servizi sanitari. C'è chi rinuncia alle cure o alle prestazioni sanitarie a causa della distanza dalle strutture, delle lunghe file d'attesa o della difficoltà nel pagare il ticket. Le conseguenze sono nella mancata prevenzione e nella difficoltà di diagnosi tempestive e poi cure immediate. La media nazionale di chi rinuncia ad almeno una visita specialistica è del 7,5%, ma anche in questo caso c'è disomogeneità territoriale: nelle isole la percentuale è del 10,4%; nelle regioni del sud del 9,4%; in quelle del centro dell'8,1%; nel nord est del 6,3%; del nord ovest del 5,2%. Nello specifico la Regione in cui si registrano più rinunce è la Sardegna (14,5%); la migliore la Toscana (5,2%). I dati, ultimi disponibili in ordine di tempo, sono del 2013.

Cosa fare? "Ci sono due piani su cui agire - dice il direttore scientifico dell'Osservatorio-. Da una parte bisogna incidere sugli stili di vita promuovendo una cultura salute nelle scuole; dall'altra combattere la deprivazione: oggi chi ha un livello di reddito basso ha problemi di salute". Non solo. "Da un punto di vista di sistema i problemi da risolvere sono l'alloccazione del finanziamento alle Regioni che oggi non sembra essere correlato al bisogno di salute, di solito prendono più soldi quelle che stanno meglio in salute. E poi andrebbe  razionalizzato l'accesso alla cure da un punto di vista organizzativo, mettendo in rete tutte le strutture, ospedaliere e territoriali. Questo consentirebbe di coordinare gli accessi: deve avere accesso prima chi sta peggio".

 

 

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