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Verso il voto. È la comunicazione il problema dell'Europa

Verso il voto. È la comunicazione il problema dell'Europa

L'opinione

Forse col passare del tempo l’Unione europea, se ancora ci sarà, apprenderà una delle virtù essenziali che oggi le mancano: quella di stabilire una buona e intelligente comunicazione con i propri cittadini, non solo con le loro classi dirigenti. Finora non è così. Prendiamo il caso delle esternazioni fatte martedì dal commissario per l’economia di Bruxelles Pierre Moscovici, un politico non certo di primo pelo, sui temi della campagna elettorale italiana, seguito a ruota da altri due alti esponenti della nomenklatura, il vice presidente olandese Frans Timmermans e il vice-commissario finlandese Jyrki Katainen.

Cos’hanno detto questi signori? Che l’uscita dell’aspirante governatore leghista alla Lombardia Fontana sulla “razza bianca” è razzista, e che assai sbaglia il candidato Cinquestelle Luigi Di Maio a predicare per il futuro la rottura del vincolo del 3% nel rapporto debito-Pil. Tutti hanno lasciato intendere poi, e il francese l’ha detto anzi a chiare lettere, che gradirebbero vedere a Palazzo Chigi Paolo Gentiloni ancora per un bel po’. Niente di scandaloso, dunque, ma quanto è bastato per proteste vibranti e titoloni sull’ingerenza di Bruxelles nelle nostre scelte elettorali, senza entrare ovviamente nel merito delle questioni. In altre parole, quella parte della classe politica nostrana che aspira a soppiantare l’esistente ha accusato l’Europa di voler incidere sul voto del 4 marzo. Accusa non del tutto arbitraria che potrebbe trasformarsi in un boomerang per chi voleva soltanto rafforzare in vista delle urne i partiti più filo-europeisti (meglio sarebbe dire meno antieuropeisti). Per quale motivo?

Gli endorsement di Bruxelles, le pacche sulle spalle delle maggiori agenzie di rating come Standard and Poor’s, il favore della grande stampa internazionale appaiono agli occhi di una società civile nella quale sembrano prevalere sentimenti anti-casta come altrettante prove che quanti sostengono il governo attuale, e perfino quanti potrebbero sostenerlo in futuro, sono parte di quel che confusamente vengono definiti “poteri forti”. I fatti degli ultimi anni sono lì, sotto gli occhi di tutti. È cominciata con la Brexit, è continuata con l’elezione di Trump, ha portato il partito lepenista in Francia a sfiorare il successo, ha messo in crisi la signora Merkel.

In tutti questi casi – e in altri ancora – ha prevalso una classe media dimezzata socialmente ed economicamente, rancorosa nei confronti della globalizzazione indicata, a torto o a ragione, come causa della propria decadenza, assai determinata contro gli immigrati i quali, proprio come sostengono Fontana e Salvini rischiano di distruggere la “razza bianca”. Per poi procedere a una progressiva islamizzazione su scala europea, preconizzata dal bestseller del francese Michel Houellebecq intitolato “Sottomissione”, dove la sottomissione è quella di una Francia ormai minoritaria rispetto a una maggioranza musulmana, determinata ovviamente dalle ragioni demografiche da tutti invocate. Analoghe paure Steve Bannon e i suoi sodali avevano seminato negli Stati Uniti, dove l’invasione non sarebbe stata quella dei seguaci di Allah, ma quella dei desperados provenienti dal Centro e Sud America: su questo terrore e sull’accusa a Hillary Clinton di collusione, appunto, coi “poteri forti”, si aprì un’autostrada per Donald Trump, e tutti sappiamo dove il vecchio miliardario trovò i suoi voti: fra quelli che Paul Krugman, un celebre economista liberal definisce i “know nothing”. Vuol dire “non sapere nulla”.

E se nell’800 questo era il nome di un partito xenofobo e razzista, oggi si può applicare, scrive Krugman, a quanti «respingono qualsiasi fatto entri in conflitto con i propri pregiudizi». Fra loro, per quanti sforzi faccia, la sinistra non è riuscita ad aprire che piccole incrinature. Così l’Europa. E pensare che la quasi totalità degli analisti convengono
nel definire questo come un momento favorevole alla riscossa europea! Allora conviene forse che per il momento la “comunicazione” della Ue insista sul fatto più banale: il suo bilancio annuale costa agli italiani 75 centesimi al giorno, meno di un caffè.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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